Quando la sentiamo per questa intervista è praticamente senza voce. Non fatichiamo a comprendere la ragione.

Elena, che altalena di emozioni è stata la partita dell’Empoli con la Roma?
“Adesso che conosciamo il finale, benissimo. Duro è stato arrivarci a domenica, il tempo sembrava non passare mai. È stata una settimana in cui noi tifosi abbiamo perso appetito, ore di sonno e anni di vita. Allo stesso tempo – giorno dopo giorno, merito anche del grande lavoro di coinvolgimento messo in moto dalla società – si sentiva crescere un’adrenalina e una coesione incredibile tra la squadra e il popolo azzurro. Al fischio d’inizio eravamo veramente tutti molto carichi. Quello che è successo durante il match è facile da riassumere: al 13°, grazie a Cancellieri, saliamo in paradiso; la rete di Aouar ci riscaraventa negli inferi; poi arriva Niang – allo scadere del tempo di recupero – e siamo alla beatificazione. Ti racconto un piccolo aneddoto; al 91° – eravamo ancora sull’1 a 1 – mi chiama il responsabile della sicurezza: ‘Elena, se il risultato resta questo, invita i tifosi ospiti a restare dentro il loro settore fino a nuove disposizioni. Facciamo uscire prima gli empolesi’. Gli rispondo: ‘Ok, aspetto un altro po’ però…’. Sentivo che non era finita. Poco dopo è arrivato il gol della vittoria. Quell’annuncio non l’ho più fatto. Che bellezza!”

Veniamo al tuo libro, “La città azzurra”. Per certi versi ricorda Febbre a 90’ di Nick Hornby, dove le vite normali dei tifosi si intrecciano con il calcio. Come e quando è nata l’idea?
“Il libro è figlio di una retrocessione. Ero a San Siro quel maledetto 26 Maggio 2019 quando, all’ultima giornata di campionato, la vittoria dell’Inter ci condannò alla serie cadetta. Il rientro a casa (io vivo a Milano dal 2001), in metropolitana, schiacciata dai tifosi interisti in festa per l’accesso alla Champions, fu uno strazio. In preda a quello sconforto, pensai che l’anno seguente il mio Empoli avrebbe compiuto 100 anni, era giusto fargli un bel regalo nonostante la bocciatura. Ne “La Città Azzurra” – godibilissimo romanzo di provincia che si legge d’un fiato – è racchiuso tutto l’amore che sento: per la mia città e la squadra della mia città. È uscito a novembre 2020, proprio nell’anno del centenario, e ha portato bene perché nella stagione 2020/21 siamo stati di nuovo promossi in Serie A”.

Ricordi la tua prima partita al Castellani? 
“Conservo con più affetto il ricordo della mia prima trasferta. Era l’anno della prima Serie A, quella dell’Empoli di Salvemini, con Johnny Ekstrom, Brambati, Baiano… Ultima partita di campionato: Como–Empoli; anche lì andavamo a giocarci la permanenza tra le grandi del calcio. Io avevo 12 anni e con i miei genitori, in pullman, insieme a molti altri tifosi, affrontammo quel viaggio della speranza. Come domenica, c’era un solo risultato possibile: la vittoria! In più dovevamo sperare che Atalanta e Brescia non vincessero. Al 60° eravamo ancora fermi sullo 0 a 0. Dopo qualche minuto, l’occasione della vita: un disimpegno sbagliato di un giocatore lariano nella sua area e Osio che ne approfitta infilandola in rete. Una gioia santificata da una pioggia battente. La prima salvezza non si scorda mai!”

C’era un giocatore che amavi di più?
“Tanti sarebbero i nomi da fare, perché da Empoli sono passati veri campioni, molti cresciuti proprio nel nostro vivaio, primi fra tutti Vincenzo Montella e Antonio Di Natale. Se vado indietro nel tempo però, non posso non ricordare con tenerezza la cotta che avevo per Paolo Baldieri, lo racconto spesso. È stato all’Empoli una sola stagione, 87/88, quella del mio primo abbonamento allo stadio. Era un giocatore discreto, ma all’epoca – ero una bimbetta – sinceramente m’importava poco come giocasse, a me bastava che fosse in campo per poterlo vedere. Ricordo anche che a fine campionato andai con un’amica sotto la sua abitazione a gridare a squarciagola il suo nome. Alla fine, uscì per disperazione con una maglia autografata. La N°11, che conservo ancora”.

Elena, due parole su di te. Molti ti conoscevano come Lady Helena. Cosa hai fatto e cosa fai ora nella vita. Lo diciamo per chi già non ti conosce.
“Quella di Lady Helena è stata una parentesi meravigliosa, un periodo irripetibile della mia vita. Avevo poco più di 20 anni e – senza aver fatto alcuna gavetta – mi sono ritrovata catapultata nel mondo della radio, prima, e del clubbing poi. Tutto grazie ad una semplice demo inviata al DJ Molella di Radio DeeJay. Quel nastro conteneva un jingle per il suo programma, diceva: “Prendi questo treno alle 4.36. Prendi questo treno, c’è Molly For Dee Jay. È un treno in progressione che passa a mille all’ora, si chiama M4: adrenalina pura!”. Sono bastati pochi passaggi in radio per farlo entrare nella testa degli ascoltatori che hanno preso subito a cantarlo durante i suoi djset. Da lì è partito tutto: le compilation, le serate in discoteca, i fine settimana sempre in giro… È stato bellissimo: per me e per chi l’ha vissuto insieme a me. Ancora oggi – e di anni ne sono passati! – continuano ad arrivarmi messaggi chiedendomi di tornare dietro la consolle. L’idea ogni tanto mi sfiora, ma dovrebbe valerne veramente la pena, difficilmente apro le scatole dei ricordi”.

Oggi cosa fai?
“Per quanto riguarda il presente, la radio resta ancora il mio habitat naturale e la mia occupazione principale. Oggi lavoro a Virgin Radio in qualità di copy e autore. Scrivo un programma, il Virgin Motel, a cui sono molto affezionata. Johnny J Douglas, il protagonista – a cui presta la voce il bravissimo attore e doppiatore Fabrizio Vidale – è il burbero portiere di notte di uno scalcinato albergo, collocato in un punto non ben precisato della Death Valley. In ogni intervento, attraverso le sue parole, l’ascoltatore si immerge in questo fantastico mondo fatto di polvere e rock n roll. Ecco, tutto quello che gli esce fuori dalla bocca lo scrivo io. Va in onda nelle ore notturne, le più magiche a mio parere. Devi/dovete, ascoltarlo, è davvero una carezza, con una selezione musicale stupenda”.


Tu vivi a Milano. Cosa ti manca di più di Empoli (e della Toscana)?
“Torno spesso, quest’anno con l’impegno dello stadio ancora di più; quindi, diciamo che non soffro la lontananza. Il mio compagno poi è toscano come me, chiusa la porta di casa sembra di essere sulle sponde dell’Arno. Scherzi a parte, Milano è una città che offre tantissimo e a cui sono fortemente legata, ma chiede anche molto. Ti risucchia nella sua perenne corsa alla produttività. A me piacciono i ritmi lenti: la bottega sotto casa, l’amico che viene a suonarti il campanello senza aver messo in agenda l’appuntamento, andare a bere una birra in compagnia più che sentirmi dire “facciamo una apericena?!” … tutto questo lo si trova con maggiore facilità in provincia”.

In un’intervista hai detto che sua nonna ti chiamava “detto fatto”. Ci spieghi perché?
“Sì, poi il soprannome gliel’ha fregato anche mia mamma. Da piccola ero una bambina piuttosto introversa; sembravo docile ma in realtà poi quando volevo qualcosa diventavo un caterpillar. Cosa che con l’adolescenza è andata peggiorando. Mi rimproveravano: ‘Tu non chiedi mai: posso fare? Posso andare?’ Avevano ragione, arrivavo e imponevo: io vado, io faccio… Sono stata una bella gatta da pelare, ma anche molto responsabile. Ho sempre dimostrato che potevano aver fiducia in me”.

Progetti futuri?
“Arrivati a questo punto dell’anno, non vedo l’ora di mettermi a fare le parole crociate sotto l’ombrellone, leggere un buon libro e le notizie di calciomercato. Annoiarmi un po’. E dalla noia far nascere idee nuove”.

 

“La città azzurra” – di Elena Marmugi
Goalbook Edizioni
Amazon
Mondadori
Feltrinelli 

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