Dopo il successo del primo libro dal titolo “Buen Camino“, scritto dopo aver fatto il cammino di Santiago con il padre Fabio, Michael Profeti ha dato alle stampe “Sognavo di andare in Islanda”, sempre edito da Giovane Holden.
Nato a Pietrasanta nel 1993 da babbo pisano e mamma versiliese, Michael è cresciuto a Stiava, in Versilia. Dopo il diploma da geometra ha conseguito la laurea triennale in Economia Aziendale e la magistrale in Marketing e Ricerche di Mercato all’Università di Pisa. Ama il calcio, il trekking e la vita all’aria aperta, dove trova libertà ed energia. La scrittura, iniziata come ascolto di sé stesso, è diventata per lui strumento di riflessione e consapevolezza. Attraverso il suo blog e i canali social Michael condivide esperienze, emozioni e frammenti di vita, invitando chi legge a riflettere insieme a lui. Il 3 luglio scorso presso il campo sportivo di Stiava, nel comune di Massarosa, ha presentato il suo ultimo libro, con aneddoti, riflessioni, curiosità e la lettura di alcuni passaggi del volume. A Michael sono state rivolte alcune domande a margine della presentazione del libro.
Perché proprio l’Islanda? Cosa ti ha spinto a scegliere questa terra?
“L’Islanda mi ha sempre affascinato fin da quando ero piccolo, quando la studiavo sui libri di scuola: i geyser, i ghiacciai, le cascate, i vulcani. È un luogo che racchiude in pochi chilometri quasi tutti gli elementi della natura che conosciamo. È la terra del ghiaccio e del fuoco. L’ho sempre immaginata come un posto in cui la natura non è stata addomesticata, dove non scende a compromessi. E forse proprio per questo, per me, è sempre stata una specie di richiamo: qualcosa che sapevo che prima o poi avrei dovuto vedere con i miei occhi”.
Come citazione di apertura hai scelto una frase di Henry David Thoreau: “Non è ciò che guardi che conta, ma ciò che vedi”. Cosa rappresentano per te queste parole?
“Ho scelto questa frase perché riassume il senso di tutto il libro. C’è una differenza enorme tra il guardare e il vedere. Guardare è un atto fisico, superficiale: significa fare i turisti, scattare una foto da cartolina a una cascata e passare oltre. Vedere, invece, è un atto interiore, significa rallentare e decifrare cosa quel paesaggio sta muovendo dentro di te ed è proprio quello che ho fatto io in Islanda. L’ho utilizzata come uno specchio per guardare e viaggiare anche dentro di me”.
Nel libro emerge una riflessione molto forte: la vita è come una macchina e siamo noi a dover tenere il volante, senza lasciare che siano gli altri o gli eventi a decidere la direzione. Qual è stata la molla che ti ha fatto riprendere in mano la tua strada?
“La molla è scattata quando ho capito che per troppo tempo avevo lasciato che fossero gli altri, le aspettative esterne, la routine o la paura del giudizio a guidare al posto mio. Mi sentivo un passeggero della mia stessa esistenza, come se stessi fermo mentre la vita degli altri andava avanti. La paura di sbagliare mi bloccava e finivo per farmi condizionare continuamente dagli altri, senza prendere davvero decisioni mie. Poi, piano piano, ho capito che dovevo riprendere in mano la mia vita. Anche con il rischio di sbagliare. Ho iniziato a prendere sempre piu decisioni e scrivere “Buen camino” e poi “Sognavo di andare in Islanda”. Intraprendere questo viaggio lungo la Ring Road è stato il mio modo per fare un taglio netto: rimettere le mani sul volante e decidere finalmente io la direzione da prendere”.
La natura islandese è potente, estrema e a tratti quasi disarmante. Ti ha mai fatto provare quella sensazione di sentirti infinitamente piccolo? E cosa ti ha insegnato?
“Moltissime volte la natura islandese mi ha fatto sentire piccolo, come una formica. Davanti a cascate immense o a paesaggi senza fine, avevo proprio la sensazione di essere un granello di sabbia nel mondo. Questa sensazione non mi ha spaventato, anzi, mi ha dato pace. Perché quando ti senti così piccolo, anche le paure e i problemi che porti dentro si ridimensionano. Ti rendi conto che molti dei nostri drammi quotidiani e le nostre ansie visti da quella prospettiva, sono molto più relativi e superabili di quanto pensiamo”.
Maurizio Ficeli



