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La bellezza ostinata e mai banale / Bice Del Giudice

- Cultura, Primo piano
9 Luglio 2026

In uno dei libri più belli di sempre Hannah Arendt ha raccontato la banalità del male. L’ha fatto documentando, nel suo “La banalità del male: Eichmann a Gerusalemme”, i retroscena di una delle pagine più buie della storia dell’umanità, nella forma della cronaca giornalistico filosofica del processo al gerarca nazista Adolf Eichmann, freddo burocrate e responsabile, tra l’altro e tra i tanti, della logistica dei treni della morte e del conseguente sterminio. Uomo spaventosamente normale ed acriticamente diligente. Ne scrive la Arendt: “Non era uno stupido; era semplicemente senza idee (una cosa molto diversa dalla stupidità) e tale mancanza di idee ne faceva un individuo predisposto a divenire uno dei più grandi criminali di quel periodo. Quella mancanza d’idee può essere molto più pericolosa di tutti gli istinti malvagi che forse sono innati nell’uomo”.

La prima lettura di questo saggio mi sconvolse. Dalla seconda in poi ho maturato la convinzione che la Arendt in fondo sapesse, mentre scriveva ciò che accadeva durante quel lungo dibattimento, che si accingeva a raccontare il destino di tutti gli uomini e di tutte le donne colpevoli di accettare di far abitare in sé sentimenti malevoli. Sentimenti avvezzi ad insinuarsi nelle pieghe della quotidianità, diventandone parte integrante ed essenziale, mentre si è distratti dalla ricerca di alibi rassicuranti. E terribilmente “banali”. Alibi in grado di entrarci sotto la pelle e di privarci della capacità di indignazione di fronte agli impulsi più biechi. Capaci di portarci a non credere più che valga la pena distinguere tra verità e menzogna, tra bene e male. Capaci di annullare ogni attitudine a pensare e a giudicare.

Qualcuno ha scritto che la Arendt ebbe il merito di intuire e raccontare che il male più pericoloso non è quello che nasce dall’odio furioso, bensì quello che nasce dalla superficialità; quello che può essere commesso da persone comuni che smettono di pensare. “Non sadici. Non fanatici. Impiegati diligenti. Gente che esegue”. Vediamo tutti quanto il nostro tempo sia spaventosamente e ordinariamente pieno di esecuzioni. “Non serve cattiveria. Basta interrompere il giudizio. Cedere alle abitudini e al conformismo. Basta non fermarsi”.

Ed ecco che allora è proprio quando si avverte la sensazione di scivolare incautamente verso la banalità del male, pur restando lontani dalla Casa del Popolo di Gerusalemme, che occorre rimettersi in moto. Andando incontro a ciò che aspetta in silenzio. In fondo uno dei miracoli più grandi della lettura è quello di farci sentire meno alieni e meno soli, quando il mondo intorno e addosso sembra prendere la pericolosa piega della deriva. Non abbiamo allora altra scelta che arrivare in fondo alla pagina che racconta di noi, chiudere il libro, respirare e andare.

Magari scopriremo di avere il privilegio, dopo una giornata di lavoro e dopo circa 25 minuti di auto, di trovarci ad inciampare in quello spettacolo meraviglioso del creato che continua a riproporsi ostinatamente a chi lo voglia vedere. Indifferente alla bruttezza, ogni giorno. Malgrado tutto, sempre e comunque. Ostinato e mai banale, almeno lui. Sogni in fucsia Per Voi.

Bice Del Giudice

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