Non è mai bello né simpatico generalizzare. I dati, però, parlano chiaro: per il Fisco italiano una dichiarazione su due delle imprese balneari è infedele. Lo ha scritto il Tirreno il 9 maggio riportando i dati Isa (Indici sintetici di affidabilità fiscali), quelli che un tempo erano noti come Studi di settore. Questi dati, diffusi dal Dipartimento delle Finanze, tenendo conto della statistica e delle imposte versate forniscono dei parametri di cui tenere conto per verificare la normalità e la coerenza dei contribuenti. Veniamo subito al sodo: su 914 imprese balneari in Toscana, spalmate lungo i 270 km di costa, la metà ha ottenuto un “voto” inferiore a 8, ritenuto non virtuoso, con 187mila euro di ricavi dichiarati, cui corrisponde un profitto medio di 14mila euro. Chi ha ottenuto un voto più alto, nove, dichiara invece ricavi per circa 251mila euro e un reddito di 47mila euro.

C’è chi parla di dati inaffidabili. Marco Cuchel, presidente dell’Associazione nazionale commercialisti (Anc) evidenzia che “gli scostamenti dalle soglie reddituali previste dagli Isa possono dipendere da tanti motivi che prescindono dall’evasione”. Siamo certi che sia così, infatti l’unico modo per accertare se c’è evasione o meno sono gli accertamenti sui bilanci e i documenti sull’azienda. Ma certi campanelli d’allarme (vedi dati riportati sopra) non possono essere sottovalutati.

Lo Stato dalle concessioni demaniali incassa in media 8.540 euro all’anno da ogni singola impresa, a fonte di un fatturato (sempre in media) di 260mila euro. Negli ultimi anni i canoni sono stati rialzati, perché erano davvero bassi. Lo sono stati per decenni. Era imbarazzante vedere quanto poco pagassero di concessione i titolari delle licenze balneari. Poi c’è il discorso della direttiva Bolkestien, che per favorire la concorrenza, il libero commercio e la tutela dei consumatori, impone agli Stati membri dell’Ue di organizzare delle aste pubbliche per assegnare le nuove concessioni e quelle in scadenza. Apriti cielo: da anni è tutto fermo, con la scusa di difendere i posti di lavoro e gli investimenti fatti dagli imprenditori balneari. Vorremmo sommessamente ricordare che i beni demaniali appartengono allo Stato. Sono previste le concessioni, per la gestione degli arenili (e di altri spazi pubblici), ma il bene in sé è e resta dello Stato. Andatelo a spiegare a quei cittadini che non possono neanche bagnarsi i piedi nell’acqua del mare perché tutti gli accessi sono sbarrati da cancelli chiusi a chiave, con vigilanza che tra un po’ neanche si vede nelle basi militari.

Per decenni ci sono stati troppi furbi e furbastri, con due lire pagate allo Stato e concessioni automaticamente rinnovate. Ora c’è una direttiva europea, dal 2006, e nonostante siano passati 18 anni in Italia ancora non viene applicata. Si va avanti con le deroghe, tutelando i furbi e i furbastri. Lungi da noi prendere di mira chi fa impresa, lavora, dà lavoro e rischia i propri capitali. Però se ci sono delle regole è giusto rispettarle oppure no? Volete il Far West o preferite uno stato di diritto?

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