Cercavo soltanto le cartoline con le fotografie: la spiaggia, il Golfo dei Poeti al tramonto, le Apuane, i Ponti di Vara. Ogni estate ne compravo una trentina. Una per ogni persona a cui volevo lasciare un pezzetto dei miei ricordi estivi. Perché una cartolina, per me, non è mai stata soltanto un’immagine. Era un messaggio: sono qui, ma sto pensando a te.
Le scrivevo la sera, quando il caldo cominciava finalmente a calare e dalla finestra arrivava l’odore del mare portato dal Maestrale. Mi sedevo alla scrivania e cercavo di raccontare in poche righe tutto quello che avevo fatto durante la giornata anche se lo spazio a disposizione era sempre troppo poco. Raccontavo i bagni, le pedalate fino a Marina di Carrara, il bar sul mare dove prendevo il “Piedone” dell’Eldorado, le risate e le fughe in tre sul Booster.
Ieri ne ho trovata una quasi per caso.
Ero entrata al circolo di Massimo, il fotografo, dopo aver camminato per le strade strette di Carrara – quelle vie in cui capita di passare davanti a un portone e chiedersi che cosa ci sia oltre. Dentro c’erano alcune cartoline sistemate una accanto all’altra e, poco più in là, una macchina fotografica di un altro tempo.
Ne ho presa una dal mucchio.
L’ho girata tra le dita e, senza sapere perché, sono tornata con la mente alle estati in cui quei rettangoli di cartoncino erano una parte fondamentale delle mie vacanze.
Allora le sceglievo con cura. Nei piccoli bazar del lungomare passavo anche mezz’ora davanti ai leggii girevoli, tra materassini colorati, secchielli di plastica e ogni genere di souvenir, mentre intorno gli odori dell’estate mi avvolgevano: la salsedine rimasta sulla pelle dopo il bagno, il profumo delle creme abbronzanti al cocco, quello più denso dell’asfalto caldo.
E poi c’erano le cartoline che aspettavo.
Una di quelle era di Tommaso.
C’era scritto: «Ci vediamo ad agosto».
La rileggevo almeno dieci volte. Poi prendevo una penna con l’inchiostro glitterato e cominciavo a rispondere. Cercavo di scrivere dritto, seguendo una linea immaginaria per non curvare verso il basso; stringevo i caratteri quando mi accorgevo che il margine del foglio era troppo vicino.
Tommaso era il ragazzo dell’estate, il mio amico, quello che ogni anno tornava al mare. Allora non sapevo come chiamare quella sensazione. Sapevo soltanto che mi piaceva. Non lo dicevo a nessuno, nemmeno alla mia migliore amica che ogni volta mi chiedeva ridendo: «È arrivata la cartolina da Modena?».
Io facevo finta di niente. La prendevo e la infilavo dentro il vocabolario di francese, tra due pagine che ormai conoscevo a memoria.
Poi gli anni sono passati. È arrivata la maturità, sono finiti gli esami e il futuro ha cominciato a bussare alla porta con parole nuove: università, lavoro, città, partenze. Anche le cartoline hanno cominciato a sparire, prima poche, poi sempre meno, finché non ne è arrivata più nessuna.
Abbiamo iniziato a scriverci di meno. Le telefonate hanno preso il posto delle lettere e i messaggi quello delle telefonate. Le distanze sembravano accorciarsi senza che, per questo, ci fossimo avvicinati davvero.
Le fotografie ormai arrivavano in pochi secondi, accompagnate da parole che potevano essere cancellate, corrette, sostituite in un clic. Una cartolina, invece, richiedeva tempo. Dovevi sceglierla, comprarla, sederti a scrivere, trovare un francobollo e una cassetta postale. E alla fine dovevi lasciarla andare, senza sapere quando sarebbe arrivata né come sarebbe stata accolta.
Anche Tommaso è rimasto indietro, impigliato in quelle estati. Non ci siamo più cercati. La vita ha preso altre strade e di lui non ho più saputo nulla.
Forse è anche per questo che conservo ancora la scatola di latta in fondo al cassetto. Ogni tanto la tiro fuori e riguardo quei ricordi, uno dopo l’altro. Di alcuni non ricordavo nemmeno l’esistenza.
Finché non trovo la sua. La riconosco subito dalla grafia.
La giro.
«Ci vediamo ad agosto».
Sorrido, senza un vero motivo. Rileggo le parole e la appoggio.
Nel frattempo, sul telefono lo schermo continua a illuminarsi: arrivano messaggi effimeri, notifiche, foto.
La cartolina resta lì, immobile.
E mi chiedo se anche Tommaso, da qualche parte, abbia mai conservato la mia
Chiara Ercolino


Davvero bellissime le tue parole. Hai raccontato qualcosa che va ben oltre la nostalgia per le cartoline: la differenza tra un tempo in cui le cose richiedevano tempo, cura e soprattutto lasciavano una traccia, e quello di oggi, in cui tutto può essere cancellato, corretto e riscritto in un istante.
Forse è proprio questo che rendeva più preziose quelle piccole cose: non si poteva tornare indietro con un clic, e quindi si sceglievano con più cura le parole, i gesti e, forse, anche le persone a cui affidarli.
Una cartolina non poteva essere cancellata. Poteva solo essere conservata, dimenticata o ritrovata anni dopo… e continuare a raccontare qualcosa di noi.
Grazie per questo bellissimo stimolo.