Ci sono immagini che scegliamo. E poi ce ne sono altre che scelgono noi. A me è successo nell’incontro con i pesci coronati, dipinti con il minio sull’abside della piccola Chiesa di San Jacopo a Zambra e lì da secoli. Involontaria e inconsapevole metafora di ciò che continua a essere anche quando non è più visibile agli occhi. Mi aspettavano, per raccontarmi la loro storia. E un po’ anche la mia. Pazienti protagonisti di un tempo senza tempo, hanno saputo attendere di tornare alla luce, affidati alla pietra, agli anni e al silenzio, attraversando secoli e trasformazioni. Senza chiedere attenzione. Senza perdere la propria forma. Scomparsi alla vista, senza per questo smettere di esistere. Come il coraggio. Come le stelle polari. Come i grandi sogni. 𝗖𝗼𝗺𝗲 𝗹𝗮 𝗰𝗼𝗲𝗿𝗲𝗻𝘇𝗮.
I pesci coronati di Zambra, come il pesciolino d’oro della fiaba di Aleksandr Sergeevič Puškin: un pescatore poverissimo lo trova nella sua rete e decide di lasciarlo libero, rinunciando al riscatto che il pesce gli aveva promesso. Un gesto che, a guardarlo soltanto con gli occhi della convenienza, può sembrare perfino incomprensibile. Eppure è proprio da lì che comincia tutto. Ed ecco che il filo che lega le storie torna, quasi per incanto, attraverso un pensiero che mi è stato offerto da una persona che ammiro e stimo. Sì, perché fra quei pesci lontanissimi – quelli coronati di Zambra e quello d’oro di Puškin – corre un filo sottile. 𝙐𝙣 𝙛𝙞𝙡𝙤 𝙛𝙪𝙘𝙨𝙞𝙖. Perché tanto i pesci coronati di Zambra quanto il pesciolino d’oro di Puškin parlano, in modi diversissimi, del rapporto tra 𝘀𝗼𝗴𝗻𝗼 𝗲 𝗽𝗼𝘁𝗲𝗿𝗲.
Il sogno ha bisogno di un orizzonte. La smania del potere, invece, di un gradino da salire. E poi di un altro. E di un altro ancora. Fino a dimenticare perché si era cominciato a farlo. I pesci di Zambra portano una corona, ma non comandano nessuno. Il pesciolino di Puškin potrebbe concedere ogni cosa, ma sa quando fermarsi per non assecondare avidità e ingordigia che tutto fagocitano. 𝗜 𝗽𝗲𝘀𝗰𝗶 𝗱𝗶 𝗭𝗮𝗺𝗯𝗿𝗮 𝗶𝗻𝘀𝗲𝗴𝗻𝗮𝗻𝗼 𝗹’𝗮𝘁𝘁𝗲𝘀𝗮. 𝗤𝘂𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗱𝗶 𝗣𝘂𝘀̌𝗸𝗶𝗻 𝗶𝗹 𝗹𝗶𝗺𝗶𝘁𝗲. Gli uni restano, silenziosi, attraversando il tempo. L’altro sa sottrarsi quando il desiderio smette di essere sogno e diventa pretesa. Ma entrambe le cose richiedono coraggio. E forse è proprio questo che, più di tutto, mi affascina di queste due storie.
Non c’è bisogno di essere visti per continuare ad esistere. Perché sognare richiede coraggio. Ma saper attendere il proprio sogno, qualche volta, ne richiede ancora di più. Nella vita, come in politica. 𝙎𝙤𝙜𝙣𝙞 𝙞𝙣 𝙛𝙪𝙘𝙨𝙞𝙖. 𝙋𝙚𝙧 𝙑𝙤𝙞 🌺
Bice Del Giudice

