Quest’estate dai mille bollori e dai grandi disastri ambientali ha portato tanti terremoti che da mesi si stanno susseguendo ovunque nel pianeta. Anche qui, a Pisa, abbiamo avvertito in luglio una forte scossa di magnitudo 4.3, con epicentro a San Rossore, 7 km dalla città, cui ne sono seguite altre minori che hanno colpito la cittadinanza in quanto la nostra non è zona sismica. E non c’era, quindi, l’abitudine ad affrontare simile avversità. Di fronte a un simile quadro mi sono chiesto cosa si provi a vivere certe situazioni drammatiche, e il pensiero è subito andato a un mio amico di gioventù che sapevo essere presente in Colombia nei giorni del terremoto dei primi di agosto che ha sconvolto quello Stato. Così sono andato a cercarlo per raccoglierne impressioni e ricordi al riguardo, e lui, gentile come sempre, si è prestato subito alla bisogna.
Bentrovato, per prima cosa presentati...
“Mi chiamo Alessandro Avvenente, ho 71 anni e sono residente a Gello di San Giuliano Terme (Pisa). Da otto anni sono un pensionato ex-medico dermatologo dell’ospedale pisano”.
Sei un grande viaggiatore, vero?
“Certo, sono un viaggiatore dall’età di 20 anni per passione e desiderio di conoscere popoli e situazioni nuove che possano arricchirmi sempre di più”.
So e che hai girato ben più di mezzo mondo andando anche in luoghi un po’ disagevoli, se non addirittura pericolosi, come l’Afghanistan poco tempo fa, se non erro...
“Sì, e anche in tanti altri non proprio tranquilli, e un po’ in quasi tutti i continenti”.
Quando sei partito per la Colombia e con chi?
“Il 1° agosto, con mio figlio Lorenzo ed altri amici, con cui avevo viaggiato in altri posti, in tutto eravamo 8. Volevamo passare 17 giorni in quel Paese, dall’Amazzonia alla costa”.
Il giorno del terremoto dove ti trovavi?
“Il giorno 10 di agosto, San Lorenzo, eravamo nel centro della Colombia, praticamente a metà viaggio, in una zona occidentale nota come Choco, dove ci sono i cafeteros, le aziende produttrici del caffe colombiano famoso in tutto il mondo. Eravamo andati li per visitare la parte colombiano molto bella con vallate, foreste, boschi”.
Per la precisione dove vi trovavate?
“In un paesino piccolino di circa 10.000 abitanti, di cui 4mila nel centro abitato, di nome Salento”.
Come il nostro Salento pugliese?
“Sì, esatto. Una zona di riferimento per tutte le aziende che producono caffè a 1.000-1200 metri e dove il clima è favorevole alla produzione di quel tifo di caffè, il ‘caffè di montagna’ come lo chiamano loro, che è un po’ più forte degli altri.”
Quando è avvenuta la scossa?
“Era mattina presto, alle 7.24 per la precisione, e noi avevamo già fatto colazione perché avevamo un pullmino che alle 7.30 ci avrebbe portato a fare un’escursione in una vallata molto bella da vedere. Praticamente eravamo fuori l’albergo, nella piazzola dove arrivavano i pullmini, si è sentita questa scossa che è durata circa 4 minuti. Per mezzo minuto la scossa è stata più leggera, ma all’improvviso è aumentata d’intensità e, anche pur non avendo esperienza per valutarne il grado d’intensità, si capiva che si trattava di una scossa veramente importante. Sono caduto e mi sono rialzato due volte, e dopo aver trovato una posizione più stabile per fortuna questa scossa, divenuta più forte e lunga ben tre minuti e mezzo, è cessata”.
È stata solo una scossa allora?
“Sì, intensa, ma una sola. Dopo ho scoperto che era di 7.4, molto forte. In seguito, stando fuori, non ho avvertito le successive scosse di assestamento, ma la notte successiva ho sentito qualcosa che si muoveva così sono andato fuori dalla camera e ho preferito dormire fuori”.
Come potresti descrivere quella prima scossa?
“È stata abbastanza impressionante. La prima cosa che ho dovuto fare è riuscire a tenere l’equilibrio per restare in piedi. In un secondo momento mi sono sincerato che non ci fosse niente intorno a me che potesse crollarmi addosso. Successivamente ho guardato per terra per vedere se si aprissero delle spaccature nel terreno, come a volte si vede nei filmati in cui la terra si spacca e magari le auto vanno giù, per evitare di finire in qualche fessura”.
Intorno a voi la città com’era?
“Sono uscito per le vie della cittadina subito dopo, e ho visto che erano crollati dei tetti di case a un piano, massimo due, ma per fortuna non erano abitazioni ma negozi. Specialmente nella piazza centrale, dove si vedeva il campanile danneggiato, con la base
portante spostata di circa 20 cm. Quei negozi. I cui tetti erano crollati, per fortuna, a quell’ora erano vuoti. Completamente distrutta era, invece, una farmacia all’angolo di questa piazza principale che però, per fortuna, a quell’ora era vuota. Mentre le case, forse avranno avuto crepe e lievi danni interni, ma per fortuna erano rimaste in piedi. In quel paese non si sono registrate vittime com’è successo da altre parti”.
Cosa avete fatto dopo la scossa?
“Siamo rimasti lì a vedere la situazione cercando di capire come ci potevamo muovere. Siamo riusciti, poi, a fare quell’escursione programmata perché i pullmini nella zona non servivano per le varie emergenze. Il problema è stato il giorno dopo uscire dalla zona sismica. Dovevamo prendere l’aereo a Pereira, città fortemente danneggiata con parecchi morti e dove il tetto dell’aeroporto era crollato. Quindi c’era da organizzare il trasferimento dalla nostra cittadina fino a Medellin e in quella zona fortemente disastrata i pullmini invece servivano”.
Quanto eravate distanti dall’epicentro del sisma?
“Circa 20-25 chilometri. Le città più danneggiate di quelle zone sfortunate sono state quelle con le case più alte. Comunque, nel pomeriggio successivo alla scossa, siamo riusciti a trovare finalmente un pulmino e passando dalla periferia di Pereira abbiamo visto tutti i capannoni industriali del tutto distrutti ma, come nel caso di Salento, essendo stata una scossa mattiniera nessuno vi era rimasto sotto. Bastava che la scossa fosse stata solo due ore dopo per provocare una strage. Per fortuna le strade hanno tenuto così siamo potuti andare verso la nostra meta anche se c’era il traffico per i soccorsi e lunghissime code ai benzinai”.
Magari tutti si allontanavano dalle zone colpite per il timore di altre scosse..
“Sì, infatti. Molto lentamente siamo riusciti ad uscire dall’epicentro e arrivare a Medellin”.
Centro importante del Paese…
“La seconda città più grande del paese dopo la capitale Bogotà, con più di 2 milioni di abitanti”.
Durante il viaggio avete visto arrivare i soccorsi?
“Certo, ma noi abbiamo evitato la parte più gravemente danneggiata per cui, in modo fortunato per noi ma sfortunato per loro, siamo riusciti a venir via senza problemi. Dispiaceva sapere di stare in vacanza in un posto dove, poco distante da noi, cerano stati
380 morti. Mentre te stavi cercando soltanto di mantenerti in piedi tutte quelle persone perivano sotto le macerie. Ci siamo resi conto dopo, metabolizzandolo lentamente, quello che è successo in quei pochi momenti. Quando sei lì pensi a salvarti e solo dopo,
ripensandoci, soffri per quelli meno fortunati di te”.
Non avete visto salme o altre cose impressionanti?
“No, perché siamo andati via subito dopo il sisma e siamo solo passati dalle zone più sfortunate. È stato un problema comunicare con i nostri cari in Italia ma, per fortuna, io ci sono riuscito un minuto dopo il sisma così sono riuscito a far loro presente che stavo e stavamo tutti bene e quindi evitare che si diffondesse il panico a distanza. So comunque che c’è stato un interessamento della Farnesina e quindi è stato possibile far sapere presto a chi in Italia chiedeva notizie che noi eravamo li e stavamo bene”.
Perché loro erano informati anche sulla vostra situazione?
“Certo. L’associazione che ci aveva aiutati ad organizzare il viaggio aveva informato il ministero che si è attivato subito. In Colombia, in quei giorni, c’erano diverse centinaia di turisti italiani e nessuno di loro ha avuto alcun problema”.
Cosa vi ha colpito, in particolare, in quei momenti?
“La compostezza della popolazione. È una nazione non abituata ai terremoti però, almeno nel paese in cui eravamo noi e in quelli successivi, non abbiamo assistito a scene di disperazione. Quando sono arrivato nel centro di Salento, anche accanto agli esercizi
commerciali distrutti, forse perché non si erano registrati decessi, non ho assistito a scene di panico o grida o urla”.
Avete continuato normalmente il vostro viaggio?
“Sì, anche se in tutte le altre città visitate trovavamo centri di raccolta di cibo, denaro e altri generi di prima necessità. Abbiamo visto un popolo tranquillo, nobile. Più che una grande organizzazione si vedeva che le persone collaboravano molto volentieri. E anche noi abbiamo contribuito lasciando un’offerta”.
Immagino che in tutto il Paese ci fosse il medesimo atteggiamento collaborativo…
“Si, anche, per esempio, a Cartagena, che era lontana dai centri colpiti, c’era questa attenzione. Non è normale avere nel paese una scossa sismica di 7.4 e tutti mostravano interesse e partecipazione verso le popolazioni dei centri colpiti. Ognuno portava nei centri di raccolta quel che poteva”.
Una situazione simile a quella accaduta ad Amatrice 10 anni fa?
“Spero che in Colombia le case le ricostruiscano prima. Il problema principale è stato trovare da mangiare la sera perché tutte le strutture erano bloccate per controlli di sicurezza, compresi i ristoranti. Una sera abbiamo trovato un signore che, avendo il proprio locale dove cucinava hamburgers chiuso, s’era organizzato per cucinare e vendere gli hamburger all’aperto, formando una fila lunga un centinaio di metri. Che era in sicurezza essendo all’aperto e quindi non c’era il rischio di crolli”.
Come valuti quest’esperienza dal punto di vista emotivo?
“Ora come ora negativamente, perché mentre ero lì per divertimento quasi 400 persone perivano per il sisma. L’unico aspetto minimamente positivo, ma proprio minimo eh, è aver provato in prima persona un’esperienza come quella di una scossa di 7.4. Da non ripetere, sia per me, ma soprattutto per quelle povere persone che hanno perso o la loro vita o la loro casa”.
Pronto per il prossimo viaggio?
“Certo, chi si arrende è perduto!”.
Grazie e auguri per prossime, più felici e serene avventure.
Guido Martinelli


Bel racconto, bravi.