“Un, due, tre… stella!!” E poi tutti fermi, immobili, a trattenere il fiato. Bastava un movimento, una risata sfuggita di bocca, un piede fuori posto e si tornava indietro.
Eravamo bambini e le giornate sembravano non finire mai. Mio nonno era fattore a Lucignano, nel Chianti. C’era un vecchio castello e attorno, un grumolo di case di pietra arroccate sulla collina. C’erano il fienile, il cortile del castello, gli orti, il pollaio e poi le vigne, dappertutto.
Io e i miei cugini venivamo spediti lì durante l’estate. A ripensarci oggi, era una libertà quasi impossibile da raccontare. Passavamo le giornate da una casa all’altra, da un orto all’altro, in mezzo ai filari, dentro il pollaio, nel cortile del castello. Giocavamo a nascondino, a “Un, due, tre… stella!”; correvamo fino a sbucciarci le ginocchia e poi ripartivamo. Non avevamo orari. Li avevano gli adulti. Noi no.
L’estate aveva il suo ritmo. Il caldo che sembrava non finire mai, le ombre corte del mezzogiorno, le cicale che al crepuscolo riempivano l’aria. Le giornate erano lunghe e noi non sapevamo che farcene di tutte quelle ore. Le lasciavamo passare, una dopo l’altra. L’estate era una misura dell’infanzia.
Mio nonno invece aveva sempre qualcosa da controllare. Io gli stavo accanto. Aveva poche parole. Guardava le vigne, seguiva il lavoro, osservava il cielo. Conosceva il tempo in un modo che allora facevo fatica a comprendere. Conosceva quello vero. Quello che non si misura con l’orologio. Bastava un temporale al momento sbagliato e tutto poteva cambiare.
Salivo con lui sul trattore e mi sembrava di essere diventata grande. Entravo in cantina, giravo tra le botti, osservavo quello che faceva, cercando di capire. Lui controllava, guardava. Io guardavo lui.
Poi arrivava la vendemmia. Per noi piccoli era una festa. Non avevamo ancora in mente la fatica dello stare chinati per ore, il sudore, la schiena che alla sera chiedeva riposo. Vedevamo soltanto i grappoli, le cassette, i carri e quella confusione di persone che per giorni sembrava impossibile da fermare.
Le donne si legavano i fazzoletti colorati sotto la nuca. Tra i filari c’era un continuo parlottare, un intreccio di voci, richiami e risate. Le mani cercavano i grappoli maturi, le forbici tagliavano e le gerle si riempivano. Il sole era fisso in alto.
Alla fine della giornata arrivava la stanchezza. Ci toglievamo gli stivali con i piedi caldi, sporchi di terra e di mosto. I carri erano pieni di grappoli e la cantina cominciava a riempirsi di quell’odore dolce e intenso dell’uva appena raccolta.
“Pigia, pigia!” Salivamo nelle vasche e pestavamo l’uva con i piedi. Era un gioco, almeno per noi. Ci sembrava di partecipare a un rito che esisteva da sempre. L’uva sotto i piedi, il succo tra le dita, le risate degli adulti e le nostre grida.
La vendemmia aveva il sapore della festa perché per noi lo era davvero.
Anche la merenda era una cosa semplice: pane, vino e zucchero. Oggi sembra quasi appartenere a un altro mondo. Allora era semplicemente la merenda dell’estate, mangiata sugli scalini di casa.
Forse è per questo che quando penso alla vendemmia non penso soltanto all’uva. Penso alle ginocchia sbucciate. Al trattore di mio nonno. Alle botti della cantina. Alle case di pietra. Al cortile del castello. Ai fazzoletti colorati delle donne. Ai nostri piedi nel mosto.
E penso a quelle giornate interminabili, quando bastava una corsa nel prato per sentirsi liberi. Soprattutto penso al tempo. A quanto ne avevamo senza saperlo.
Oggi mi capita di chiedermi se, tra quei filari, siano rimaste le stesse risate. Se ci siano ancora bambini che attraversano il borgo da una casa all’altra senza che nessuno sappia esattamente dove siano.
Il camioncino dell’alimentare ambulante, con le bottiglie di latte in vetro, non passa più. Non ci sono più neppure gli stessi giochi. Alcune cose, semplicemente, sono finite.
Ma settembre torna.
E quando arriva la vendemmia, qualcosa dentro di me si riaccende. È come se l’odore dell’uva appena raccolta potesse aprire una porta rimasta socchiusa per tutti questi anni.
Dall’altra parte ci sono ancora mio nonno, il suo silenzio, il vecchio castello e noi bambini che corriamo tra i filari.
“Un, due, tre… stella!!” Per un istante mi sembra che il tempo si fermi davvero. Come allora.
Chiara Ercolino


