Il calcio è beffardo. Lo è quando domini una partita e la perdi immeritatamente con un errore banale del giocatore arrivato un giorno prima dell’inizio del campionato. Lo è soprattutto nelle notti di fine estate, quando l’aria comincia appena a cambiare, le valigie sono già pronte e i saluti sembrano avere il rumore delle porte che si chiudono lentamente.
E allora capita che una storia finisca proprio quando non vorresti. Idrissa Touré ci saluta, e con lui se ne va un pezzo di quella squadra, di quelle corse, di quelle trasferte che sembravano destinate a durare ancora un po’.
Il calcio ti concede il tempo di affezionarti e subito dopo ti presenta il conto. Ti mette davanti a un addio mentre tu sei ancora lì a pensare a ciò che poteva essere, alle partite giocate, a quelle ancora da giocare.
E Idrissa Touré, in fondo, lascia così: dentro quella malinconia che appartiene alle cose belle quando diventano ricordi. Perché nel calcio i giocatori passano, le maglie cambiano, le squadre si trasformano. Restano le emozioni. Come per la maglia strappata di Klaus ricorderemo di Idrissa, come un dipinto su tela, il suo sedere perfetto sulla faccia del difensore grigiorosso e la gioia della prima vittoria in serie A dopo l’era Romeo, o il gol di Cosenza che ci rese consapevoli tra una polpetta alla ‘nduja e un goccio di amaro Jefferson, che la serie A era nostra.
E forse è proprio questa la più grande beffa del pallone: ti insegna continuamente a dire addio, senza mai insegnarti davvero come si fa. Bona Ugo.
Francesco Fasulo

Foto di Gabriele Masotti

