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Il Carosello e la mitica corsa di Berruti in bianco e nero in tv, poi a scuola tutti a parlare di quell’oro: era il nostro eroe

- Sport
10 Agosto 2026

Lo so, sono una condanna. Cosa? I ricordi, a una certa età, ovviamente. Spuntano come i funghi dopo una nottata di pioggia o, più attualmente, come le gocce di sudore a mezzogiorno sotto il sole assassino di queste giornate afose al fulmicotone. Basta poco, una notizia di cronaca come i decessi. Che quelli non mancano mai. Ovviamente. Pochi giorni fa toccò al “maestrone” Francesco Guccini, ieri a Livio Berruti, 87 anni, da Torino, medaglia d’oro nei 200 metri alle Olimpiadi del 1960.

Un nome che ai millennial non dirà nulla ma che a noi tifosi veterani riporta al 1960, ai Giochi di Roma. Al periodo meraviglioso di quel boom economico in cui il nostro Paese, grazie anche al supporto economico dell’allora alleato statunitense che pur di non
mandarci tra le braccia dell’orso sovietico ci aiutava economicamente, ovviamente non senza profitti, diventò uno dei sei paesi più industrializzati del mondo. Così il consumismo cominciò a prenderci per mano facendoci conoscere i frutti del suo giardino di delizie.

Anche a casa mia, per esempio, era arrivato un aggeggio strano che mandava immagini in movimento bianche e nere un po’ sbiadite, e di cui mi innamorai subito anche se ero minuscolo e non capivo granché di quel che vedevo. Neppure quel pomeriggio di settembre, mentre mamma dava sui pavimenti, col solito ardore, la cera vista a Carosello in tv, mi era ben chiaro quel che trasmettevano. Mi ci volle un po’ per capire che quel che si vedeva era una pista, forse rossa, attraversata da tante righe bianche (i limiti delle corsie) con un sacco di gente che guardava nelle tribune intorno. Poi ci fu un colpo di pistola, un volo di colombe che si libravano in volo a destra dello schermo, e subito dopo un gruppetto di ragazzi in pantaloncini e canottiera presero a correre come indemoniati. Dopo aver fatto una curva si precipitarono a raggiungere per primi un filo sottile che scoprii solo tempo dopo essere il traguardo.

In testa si pose quasi subito un ragazzo con gli occhiali che stava sopravanzando altri di colore e bianchi, e alla fine ruppe per primo il filo del traguardo tra le grida del telecronista che diceva il suo nome, ed era italiano, e aveva pure eguagliato il record del mondo, 20”5, come compresi dopo.

Mi sembrò una cosa prodigiosa. Fu la prima volta che mi sentii orgoglioso di un successo di un atleta del mio Paese. E fu anche il giorno che diventai un tifoso di ogni sport. Ma non fui certo l’unico: quando andai a scuola per la prima volta, a ottobre, se ne
parlò a lungo, in classe, e tutti erano orgogliosi come me, e a ricreazione correvamo nel cortile a chi era più veloce immaginandoci di diventare come lui. O come uno di tutti gli altri atleti azzurri vincenti di quell’edizione olimpica che fu trionfale per i nostri colori, dato che arrivammo terzi nel medagliere finale con 36 medaglie complessive (di cui 13 oro,10 argenti,13 bronzi) dietro i due colossi sovietici, primi, e statunitensi, secondi.

Insomma, eravamo una potenza sportiva mondiale oltre che economica. Roba da stropicciarsi gli occhi ripensando che solo qualche decennio prima eravamo in brache di tela e morti di fame. Certo, quello era un altro tipo di sport, con minori discipline olimpiche, profondamente e cocciutamente dilettantistico, che il professionismo esisteva solo nel calcio, e per quello marginale a Olimpia.

L’impresa di Berruti, per decenni, restò unica e irripetibile per i nostri colori. Quando l’altro nostro grande e amato velocista, Pietro Mennea, lo imitò vincendo, in uno schermo finalmente a colori alle Olimpiadi di Mosca del 1980 nella stessa distanza, i
fortissimi sprinters coloured a stelle e strisce erano altrove perché la guerra fredda portò ai noti boicottaggi incrociati sia lì che ai successivi giochi olimpici di Los Angeles. Dovemmo aspettare i giochi post pandemici giapponesi del 2021, per vedere un nostro
velocista, Marcell Jacobs, ma sui 100 metri, sconfiggere tutti i più forti del mondo, statunitensi compresi.

Proprio come Livio che era di un’eleganza senza pari quando mulinava le sue lunghe leve su quelle piste così diverse da quelle attuali dove si vola, proprio come quelle colombe che quel giorno accompagnarono il nostro eroe verso il suo trionfo quasi come alate messaggere di Zeus. Livio non diventò ricco con quel successo, dato che soldi a disposizione per lui, dilettante, non c’erano né ci dovevano essere, così si laureò in Chimica pura presso l’Università della sua città, ma poi intraprese una carriera nel settore
manageriale e della comunicazione. Per un lungo periodo anche nella Fiat.

Lui, il primo europeo a interrompere col suo successo lo storico, perenne dominio statunitense, vinse anche 3 medaglie d’oro alle Universiadi di Torino nel 1958 e una a Tokyo nel 1967; 4 ai Giochi del Mediterraneo (2 oro e 2 argento), nonché 2 bronzi alle
Universiadi di Porto Alegre del 1963. Senza dimenticare i 24 titoli complessivi a livello italiano nelle 2 gare veloci e nella staffetta 4×100. Nel 1961 fu imbattibile infilando la bellezza di 26 vittorie su 26 gare disputate in tutto il mondo. Non si può certo definirlo una meteora!

Con la Toscana ebbe rapporti stretti a livello sportivo nelle prime edizioni del celebre, all’epoca, Meeting dell’Amicizia di Siena, che vantava una pista tra le più veloci di quegli anni e particolarmente adatta al suo stile di corsa, dove vinse quasi sempre. Ottenne, però, anche il successo in un numero notevole di gare a livello societario nei campi di atletica di Firenze e Pisa durante i campionati universitari nazionali.

Dopo aver appeso le scarpette al chiodo si ebbero legami più stretti e frequenti con la Toscana in occasione di incontri con il Panathlon in qualità di relatore presso varie sezioni come Siena e altre (una a Pisa purtroppo la mancai per un’inopportuna influenza). Oppure per manifestazioni, raduni di ex-atleti e premiazioni organizzate dal CONI regionale o da società toscane atletiche e non solo. Segnalandosi sempre per la sua disponibilità e signorilità.

Una grande figura di atleta e di uomo che salutiamo con affetto e rimpianto. Chissà che corse ci saranno, lassù, nelle nuvole, tra Livio e Pietro. Per indovinare il vincitore si accettano scommesse, ma in caso di vincita speriamo di riscuoterla il più tardi possibile.

Guido Martinelli

Foto: Wikipedia

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