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Guccini, un uomo un po’ toscano ma soprattutto un poeta

- Cultura, Primo piano
6 Agosto 2026

“Non lo sapevi che c’era la morte quel giorno che ci aspettava”, cantava anni fa Francesco Guccini parlando di un’amica morta in un incidente stradale. Forse lui, ieri, lo sapeva e l’attendeva quella signora, magari non vestita di nero e con in mano la falce, che tanto quella, prima o poi, viene a prendere tutti. Gli anni, ormai 86, gli pesavano, come riportavano le ultime interviste concesse nella casa dei nonni paterni, a “Mulino del Chiccone”, in quel di Pavana, frazione situata a poco meno di 500 metri di altitudine nel comune di Sambuca Pistoiese, sul confine dell’Appennino tosco-emiliano. 

Nonostante la parlata tipicamente emiliana di uno nato a Modena (“piccola città bastardo posto”) facesse pensare il contrario, Guccini aveva trascorso i primi anni di vita e la giovinezza durante il secondo conflitto bellico mondiale a Pavana, in territorio toscano di confine. Lui lo definiva il suo “luogo dell’anima”.

Era andato ad abitare lì anni fa perché voleva chiudere il cerchio della propria esistenza e finire il suo percorso terreno in quel territorio toscano cui aveva dedicato tanto spazio nei suoi libri, scritti da solo o con Loriano Machiavelli, che erano gialli e storici, ma dove c’era spazio per le storie e le usanze di quel territorio. 

Come sappiamo tutti è riduttivo definirlo un cantante dato che il maestro era fondamentalmente un poeta, un raccontatore di storie, e lo faceva in tanti modi.

Con le sue canzoni ammaliava tutti parlandoci del tragico passato lontano in cui i bambini passavano per i camini o ascoltavano, nel futuro, il nonno raccontare com’era il mondo ai nostri tempi; oppure dei macchinisti ferrovieri lanciati “a bomba contro l’ingiustizia” o di quell’eskimo “innocente dettato solo dalla povertà” che “non era la rivolta permanente: diciamo che non c’era e tanto fa”; per non parlare dell’amica ritrovata che “correndo m’incontrò lungo le scale, quasi nulla mi sembrò cambiato in lei” o delle etichette che le venivano affibbiate “ io tutto, io niente, io stronzo, io ubriacone, io poeta, io buffone, io anarchico, io fascista, io ricco, io senza soldi, io radicale io diverso”. 

Già, quante se ne dicono quando i personaggi diventano pubblici e si espongono. 

Era uno con una gran testa e un cuore pieno delle storie americane divorate da giovane “tra la via Emilia e il West”, ma con un carattere deciso che lo ha portato, per esempio, a rifiutarsi di prendere la patente di guida e possedere un cellulare. E per questo si riteneva una rarità protetta dal WWF. Dato che lui era rimasto legato indissolubilmente alle sue radici, al bel tempo andato dei suoi antenati.

Parlava della Toscana in cui aveva deciso di finire i suoi giorni come di un luogo mitico, faticoso e ancestrale, legato alla dura vita della montagna e alla memoria della sua infanzia. Ha descritto la montagna toscana che calpestava come aspra, sassosa, piena di boschi di castagni e fiumi freddi come il Limentra che scorre vicino Pavana. Dove i vecchi “parlavano a gesti o con poche parole” e dove s’incontrava una saggezza antica ormai perduta.

Ha sempre elogiato la lingua toscana, e definiva il dialetto pavanese come una lingua fiera, ricca di parole arcaiche e persino poetiche che voleva salvare dall’oblio nei suoi dizionari e romanzi.

Questa sua vicinanza e discendenza rende noi toschi ancor più orgogliosi , ma forse lui era un cittadino del mondo, una persona curiosa alla ricerca dei contenuti della profondità dei sentimenti dell’animo umano in genere. 

Era bello sentire anche i suoi slanci idealisti come quando, nel suo “Don Chisciotte”, incitava tutti a lanciarsi lancia in resta a “sputare il cuore in faccia all’ingiustizia giorno e notte”. 

Anche se la sconfitta è sicura, per lui bisogna provarci sempre e non arrendersi al conformismo con la spada  “sempre pronta” che  “non ha perso l’innocenza”.

Noi, che non siamo granché, solo “qualcosa che non resta, frasi vuote della testa e il cuore di simboli pieno” perché di noi “restano i sogni senza tempo, le impressioni del momento, le luci nel buio di case intraviste da un treno”. 

Ma di te, Francesco, ci resteranno per sempre le tue canzoni, alcune delle quali viaggiano anche ora nello stereo alle mie e nostre spalle, con tutte quelle tue sagge, profonde, esistenziali suggestioni che sarà arduo dimenticare.

Sai, è grazie a loro che ci sentiamo più compresi e meno soli. Perché se uno ti ascolta, o ti legge, anche una sola volta, poi non ti lascia più.

Grazie e buon viaggio!

Guido Martinelli


Foto scattata a San Pellegrino in Alpe da Guido Martinelli agli inizi degli anni Duemila

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