In un tempo che ci vuole disillusi e sconfortati, terreno fertile per un dominante consumismo a basso prezzo, imbattersi nella storia di chi ha speso la propria vita per seminare piccole e grandi visioni nei ragazzi, invadendo il loro tempo, può essere salvifico.
Negli ultimi giorni ho appreso la notizia della morte di Don Antonio Mazzi, pietra miliare del patrimonio morale di tutti noi. Sacerdote che ha dedicato la propria esistenza ai più fr, alle persone segnate dalle dipendenze, a quanti rischiavano di essere dimenticati.
Ma ancora prima di questo, “uomo” che ha avuto il coraggio di andare controvento e di vivere il suo, di tempo, senza sprecarne neanche una piccola parte.
Il suo sorriso rassicurante e sornione è diventato parte integrante del ritmo lento delle domeniche pomeriggio degli anni 90 di tante famiglie italiane, quando i social non occupavano ogni spazio libero delle nostre giornate e il dopo pranzo domenicale era scandito dalla tv.
Lui raccontava, si raccontava, documentava il lavoro della sua comunità e la naturalezza con cui scalava le montagne rappresentate dalle sue sfide, non poteva lasciarci indifferenti.
All’epoca Don Mazzzi sembrava quasi un uomo normale. Oggi appare un gigante. Non solo perché la morte sortisce quello strano effetto di far sembrare grandi anche coloro che in vita non brillavano per doti particolari, ma perché lui grande, anzi immenso, lo era davvero. E tale ci sembrava anche in quelle lente domeniche pomeriggio.
Dal Parco Lambro il pensiero vola a Barbiana e all’indimenticato priore che, con la sua scuola, la sua lettera ad una professoressa (e per lei a mille altre) e con la forza delle sue parole, ha cambiato profondamente il modo di pensare l’educazione, l’uguaglianza e la responsabilità civile.
Il poverissimo paese montano di Barbiana e la sua canonica, sperduta tra i boschi del Mugello, come la periferia urbana del Parco Lambro di Milano.
Don Lorenzo Milani come Don Antonio Mazzi: uomini che non si sono accontentati di attraversare il loro tempo in punta di piedi, ma hanno lasciato un’orma incancellabile del loro passaggio su questa scheggia di eternità che ci è concessa da vivere.
Ad accomunarli, il coraggio di essere e di andare controcorrente, sempre e comunque dalla parte di chi senza di loro sarebbe rimasto indietro. A renderli assai diversi, i contesti in cui hanno operato, i luoghi, il linguaggio, le battaglie.
Quelle di Don Milani, portate avanti con la scuola e la parola. Quelle di Don Mazzi, con la comunità, la strada, il movimento.
Ad unirli, la coerenza e il coraggio di un amore senza limiti, come l’amore deve essere, il rifiuto di ogni forma di sterile contrapposizione o di inumana indifferenza. La ferma volontà di non accontentarsi di pronunciare parole rassicuranti, di spiegare agli altri come avrebbero dovuto vivere, di esistere, preferendo piuttosto vivere e combattere a mani nude ogni forma di emarginazione da posizione.
In ogni caso, mettendoci la testa, il cuore e quelle mani che, se pulite, come diceva Don Milani, non possiamo tenere in tasca.
Sulla parete della scuola di Barbiana campeggiava una scritta semplice e potentissima: “I care”, mi importa, mi sta a cuore. Quella stessa scritta avrebbe potuto campeggiare anche sulle pareti della sede dell’associazione Exodus e magari c’è.
Non so se ci sia un senso logico nel volo pindarico che mi ha portato ad accostare queste due figure, se sul bizzarro collegamento possa aver inciso il mio essere, con sommo orgoglio, una ex allieva salesiana dell’istituto di Caserta.
Quello che so per certo e che Don Mazzi e Don Milani si staranno godendo insieme la meritata ricompensa assicurata a chiunque sia capace di trasformare la propria esistenza in un’opera d’arte.
A noi il dovere di ringraziare. Per il loro tempo e per il nostro, per quanto sgangherato.
Nessuno di noi è chiamato a diventare Don Mazzi o Don Milani Ma ciascuno di noi possiede un piccolo spazio di responsabilità. Usiamolo.
Bice Del Giudice

