Come tutte le attività umane anche i negozi sono nati per soddisfare un’esigenza precisa: offrire alle persone ciò di cui necessitano, dai bisogni primari a quelli meno stringenti, ma sempre e comunque importanti. Nel momento in cui questi bisogni possono essere soddifatti in modo diverso, ad esempio con un servizio che ci porta a casa ciò che ci serve, si è incrinato – o è mutato in modo irreversibile – il senso stesso del negozio. Intendiamoci, il commercio online non cancellerà mai del tutto quello fisico, ma comunque cambia in modo importante l’assetto urbano, determina la chiusura dei negozi, sotto una certa dimensioni, muta i comportamenti dei consumatori, ridisegna le dinamiche sociali legate al commercio.
Un interessante dossier pubblicato da Firenze Today parla proprio di questo tema. “La mutazione antropologica del centro storico di Firenze: ecco i nuovi negozi che aprono”. Ci si sofferma, in questo caso, sulle zone centrali della città capoluogo di regione, ma il discorso è simile, possiamo dire, in tutti i centri storici. Possiamo vedere, un po’ ovunque, un ampio fiorire di bar e attività commerciali dedicate all’offerta di cibo, oltre ai negozi di abbigliamento e cosmetica che appartengono a catene più o meno rinomate. Ovviamente, nelle città a maggiore vocazione turistica, non mancano i negozi fatti su misura per chi arriva da fuori (in Italia o dall’estero) e vuole portarsi a casa qualcosa della città che ha visitato, o legato proprio al territorio, nello specifico, o comunque un prodotto espressione del “made in Italy”.
Dati alla mano il commercio nel nostro Paese sta affrontando una preoccupante desertificazione. Basti pensare che negli ultimi 13 anni in Italia sono scomparsi oltre 156.000 negozi di vicinato, edicole e botteghe tradizionali. Al loro posto crescono a ritmi vertiginosi i servizi legati alla ristorazione, al turismo, al tempo libero e alle piattaforme online. Bar, ristoranti, pizzerie e locali per l’aperitivo hanno ridisegnato il volto dei centri storici, così come l’esplosione dei B&B, con tutti i vantaggi e gli svantaggi del caso. Un centro storico può vivere di soli turisti? È evidente che la risposta è no, però sta accadendo proprio questo. Coi prezzi che lievitano sempre più i cittadini sono costretti a trasferirsi altrove, dove vivere costa meno, lasciando spazio a un progressivo svuotamento delle città che diventano dei “mangifici” a cielo aperto.
Ecco che si arriva alla metamorfosi dei comportamenti collettivi, la già citata mutazione antropologica di cui per primo in Italia parlò Pier Paolo Pasolini negli anni Settanta. Con alcune conseguenze pericolose: l’abbandono delle culture locali e dell’autenticità a favore di un modello di massa; la massificazione degli individui, tutti spinti a desiderare le stesse cose; i valori tradizionali, religiosi e di classe sono stati sostituiti dal mito del successo e del consumo. Quella che, a prima vista, poteva essere una conquista di libertà, si trasforma in realtà nel suo esatto contrario: diventiamo schiavi dell’omologazione. E i social network amplificano a mille tutto questo.
Che fare? Riprenderci le strade, le piazze, i quartieri. Organizzare feste e sagre. Aiutare (ma farlo veramente, quindi servono soldi) chi ha l’ardire di aprire un negozio. Serve una politica che sappia guardare questi aspetti a 360 gradi. Senza la pretesa di avere la bacchetta magica (nessuno ce l’ha) ma con la consapevolezza che il nostro futuro dipende dalle scelte che sapremo prendere oggi. Il commercio online non scomparirà (e non ha senso contrastarlo), l’intelligenza artificiale prenderà sempre più spazio, ma questi non devono essere alibi per indurci a restare immobili. Possiamo e dobbiamo fare tante cose per stimolare la creatività e rendere le nostre città e i nostri paesi dei luoghi dove sia bello vivere, non da cui voler/dover scappare a tutti i costi. Pensiamoci, tutti insieme.

