I pochi pisani veraci rimasti in città, che calano di numero di anno in anno, sono preziosi custodi di memorie tramandate oralmente di generazione in generazione: fatti, misfatti e abitudini in voga all’ombra della Torre dall’inizio del secolo scorso. All’arrivo della bella stagione (si fa per dire) ci tramandano la gioiosa abitudine dei giovani e meno giovani di recarsi alle Piagge, cioè le spiaggette in riva all’Arno, per rinfrescarsi dalla calura bagnandosi nelle acque del fiume un tempo d’argento.
Tuffi e nuotate si fanno risalire già ai primi decenni del Novecento, raggiungendo il clou intorno al 1920. Le persone che non si immergevano da riva (in genere i ragazzetti e i più poveri) raggiungevano in barca dei caratteristici capanni in legno costruiti sull’Arno (i “bagnetti“) per tuffarsi poi in sicurezza nel tratto con meno corrente. Una pratica assai diffusa tra i cittadini di vario ceto sociale, soprattutto dagli abitanti della zona di San Biagio, un tempo ubicata appena fuori città, ma anche dai lavoratori della Richard Ginori, la cui fabbrica era ad un tiro di schioppo dalle desiate acque.
L’incedere del tempo ha fatto sì che questa abitudine popolare cadesse nell’oblio a partire dagli anni 50. In primis la concorrenza di Marina di Pisa, che nel frattempo si era sviluppata non solo urbanisticamente, ma anche e soprattutto con l’avvento dei primi stabilimenti balneari, che si raggiungevano specie la domenica, prima con il trenino con locomotiva e successivamente con l’indimenticabile “Trammino” sempre stracarico di umanità e di profumi di cibarie al seguito, tipo la zuppa e le bracioline fritte e messe in salsa.
L’abbandono prematuro delle Piagge come luogo di vacanza a km zero è dovuto, purtroppo, anche ai numerosi episodi luttuosi. Gli annegamenti nell’immediato dopoguerra erano aumentati esponenzialmente. I mulinelli, le correnti vorticose, le buche create dalle draghe dei renaioli, avevano reso quel tratto di fiume assai pericoloso e solo i più azzardosi o meglio incoscienti osavano sfidare la sorte, talvolta, ma sempre troppo spesso, lasciandoci la pelle.
Decenni felici, vissuti dai nostri nonni e bisnonni, che meriterebbero un film neorealista o un’opera editoriale per ripercorrere quei tempi in cui si aveva poco o niente, tranne quei valori umani che sono purtroppo scomparsi lasciando il passo ad una società sempre protesa alla vana ricerca del di più.
Doady Giugliano

