L’unica gioia è che sia finito. Che il sipario sia calato. Che l’arbitro abbia fischiato tre volte e si sia portato via tutto: le attese, le illusioni, i conti fatti a marzo, le tabelle, i “se vinciamo domenica”, i “manca poco”. Perché il sapore di questa stagione è stato questo: il sapore di niente.
Un gusto spento. Piatto. Nemmeno amaro fino in fondo, almeno l’amarezza lascia qualcosa. No. Peggio. Vuoto. Come un bicchiere dimenticato sul tavolo il giorno dopo la festa, con due dita di vino ormai ossidato sul fondo. E il problema non è neanche come sia finita. Il calcio, in fondo, ti abitua a perdere. Ti abitua a vedere sfumare, a restare a metà, a ingoiare. Il problema è come ci si è arrivati.
Senza un graffio vero. Senza una ferita da mostrare. Senza nemmeno il dolore nobile dell’ orgoglio di chi può dire “ci abbiamo provato fino all’ultimo”. Solo una lunga traversata scolorata.
Una stagione che sembrava dovesse raccontare qualcosa e invece non ha detto nulla. Novanta minuti dopo novanta minuti. Una fila di domeniche tutte uguali. Speranze accese a metà e spente ancora prima di bruciare davvero. E allora sì, l’unica gioia è che sia finito. Che non ci siano più calcoli da fare. Che non ci sia più da rincorrere nulla. Perché certe stagioni non finiscono: si trascinano. E quando finalmente muoiono non senti dolore. Senti sollievo. Un sollievo quasi sporco, persino difficile da ammettere perché ti vergogni di provarlo. Come quando chiudi la porta dietro qualcosa che hai voluto bene ma che da troppo tempo ti stava consumando senza darti più nulla.
E allora arrivederci. Non con rabbia. Nemmeno con nostalgia. Solo con quella stanchezza silenziosa di chi guarda il campo vuoto, gli spalti che si svuotano piano, le sciarpe che tornano nei cassetti. E pensa: meno male. È finita. Ci si vede ad Agosto a Morgex.
Come lo direbbe Tognazzi alla Titti, in Amici Miei, dopo un’ora di giri di parole, come ad un amore che razionalmente sai di dover
far finire ma è più forte di te e sai che non lo farai. Super Hope 2027 la rinascita. Crediamoci!
Francesco Fasulo
Foto di Gabriele Masotti

