Possiamo affermare che il ciclismo non è solo uno sport bensì una dimensione spirituale, se vogliamo prendere come esempio una voce anonima che affermò che “il ciclismo non è uno sport bensì è uno stile di vita, un modo di respirare, una forma di libertà”. E magari ha proprio individuato il motivo per cui da 109 anni il Giro d’Italia non passa certo inosservato scorrendo tra le strade italiane sempre in mezzo a un numero notevole di persone. Sono passati i tempi eroici in cui era lo sport nostrano per eccellenza come il calcio, al punto che è risaputo come nel luglio 1948 la vittoria di Bartali al Tour de France sulla temibile salita dell’Isoard fermò l’ondata di rivolta suscitata dall’attentato del giorno precedente al segretario del Partito Comunista Italiano (PCI) Palmiro Togliatti da parte dello studente di destra Antonio Pallante. Ricoprì, in quella situazione, la funzione di “sedativo sociale” che permise agli italiani di uscire da un incubo e festeggiare insieme. Evento impensabile al giorno d’oggi anche per il semplice fatto che nel nostro Paese non sono nati, negli ultimi anni, campioni del livello di eroi d’antan come Binda, Girardengo
Bartali e Coppi, ma nemmeno più recenti come Gimondi, Adorni, Moser, Saronni, Bitossi, Bugno, Bettini o Nibali, solo per citarne alcuni. E sappiamo tutti col fenomeno Sinner quanto un campione sposti l’interesse sulla sua disciplina sportiva.
Per motivi economici, ahimè, non ci sono squadre nostrane di alto livello che possono far nascere e crescere campioni come quelli citati, e molti giovani italiani sono costretti a rifugiarsi in squadre estere in cui devono svolgere funzioni gregarie che ne limitano la crescita. Gli sport nostrani emergenti ormai sono altri, e il pallone e la bici sono in netta retroguardia. Però il fascino di uno sport faticoso più di tanti resiste e persiste.
Quella maglia rosa. simbolo del comando, attrae come non mai nella sua sfolgorante bellezza chi ha la fortuna di vederla passare sotto i suoi occhi. Come anche quest’anno è accaduto a noi toscani che dopo Lucca, due anni fa, e Pisa l’anno passato, abbiamo visto la decima tappa svolgersi a cronometro come l’anno scorso in un veloce tratto di strada di 42 km della nostra regione tra Viareggio e Massa.
Noi, non potevamo non realizzare la tripletta e ci siamo recati anche quest’anno sulle tracce dei “girini” in quel di Viareggio per vedere la partenza di tappa, coscienti che, essendo la cronometro, potevamo vederli tutti sfrecciare davanti a noi. E non come nei tratti in linea dove scorrono tutti veloci di fronte come un battito d’ali. Nella darsena viareggina dove eravamo appostati e li abbiamo visti passare uno dietro l’altro, colorati e impegnati, sopra quei missili a due ruote che li fanno volare davanti alle nostre grida d’incitamento, non eravamo certo soli. Eravamo tanti e tutti ammirati ed emozionati per loro che hanno scelto uno degli sport più difficili che ci siano. Molti di noi presi da fantasie di emulazione. Chi non sogna di essere uno di loro e pedalare vorticosamente in mezzo ad ali di folla plaudente e osannante?
Perché non credo ci siano molti dubi sul fatto che quello facevano le tante persone di ogni età che popolavano la passeggiata viareggina e gli altri chilometri fino all’arrivo. Tra un corridore e l’altro ci siamo messi a parlare con le persone che ogni giorno, per 23 giorni, due di riposo, dall’8 al 31 maggio, hanno messo e metteranno giornalmente in azione questo immenso circo comprendente chilometri di transenne, i piccoli villaggi degli sponsor dove si vendono i gadget del giro (ne abbiamo una collezione) e altro.
Abbiamo così scoperto che la macchina organizzativa del Giro d’Italia coinvolge ogni giorno circa 2.300 persone, una sorta di città itinerante che comprende 184 atleti ufficiali delle 23 squadre (8 per squadra) con specialisti al seguito come meccanici, massaggiatori, medici e direttori sportivi. Circa 850 persone si occupano di allestire palchi, hospitality, transenne e curano la sicurezza di tutti. Al seguito ci sono pure 150 veicoli della carovana pubblicitaria con centinaia di addetti che animano i villaggi delle piazze.
Commentano i fatti del Giro circa 150 tra giornalisti e fotografi accreditati, oltre al personale per le riprese televisive e la complessa gestione di radio e comunicazioni. Per non parlare delle migliaia di addetti ai lavori ingaggiati localmente nelle singole città di tappa e le forze dell’ordine che presidiano il percorso. Una macchina organizzativa complessa come poche che appena passa l’ultimo concorrente si attiva subito per smontare tutto e ripartire per la prossima destinazione. Dopo Massa si parte da un’altra località toscana, Porcari, nel lucchese, per arrivare in Liguria a Chiavari. Dove semineranno ancora entusiasmi e lasceranno gioia e simpatia. Come dovrebbe fare lo sport, sempre, invece di portare rabbia e angoscia in coloro che lo seguono. Come avviene in diverse altre discipline sportive, tipo il calcio, tanto per non fare
nomi.
Ah, la tappa, come ormai è risaputo, l’ha vinta per fortuna di noi tifosi un italiano, quel Filippo Ganna (detto Top Ganna) da Verbania, che rimane l’unico, o uno dei pochi, in grado di mantenere attualmente alto l’onore della nostra grande tradizione ciclistica. E con una media record. Ma sono fatti secondari. La tappa l’hanno vinta tutti coloro che hanno potuto vivere una giornata di serenità e di festa. Che non pare una cosa di poco conto in tempi come questi in cui tante persone vivono, nel mondo, situazioni di vita drammatiche. Grazie Giro!
Guido Martinelli

