Il 25 aprile a Pisa c’è chi ha manifestato contro Camp Darby. Circa 500 persone, per oltre 45 realtà tra associazioni, comitati e organizzazioni, si sono ritrovate davanti ai cancelli della base sfilando poi in corteo per chiedere “la chiusura dell’hub militare statunitense”. A organizzare l’iniziativa il Movimento No Base. Tra le scritte vergate con le bombolette spray sull’asfalto “No base“, “No War” e la classica “Yankee Go Home“.
Ma che significato ha, nel giorno della festa della Liberazione, manifestare contro la base militare? “Significa fronteggiare il primo grande rischio globale che è la guerra – spiegano alcuni attivisti scesi in piazza – purtroppo già una realtà. Questo territorio è un hub strategico e per noi è urgente mettere al centro il ruolo che questo territorio ha negli scenari di guerra, con Camp Darby epicentro e con ricadute su tutta la zona, come il progetto della nuova base militare per i corpi dell’elite dell’Arma dei carabinieri da realizzare nell’ex Cisam all’interno dei confini del parco di San Rossore”.
La base nacque nel secondo dopo guerra in quell’area verde vicina al mare al confine tra le province di Pisa e di Livorno: il nostro Paese consegnò mille ettari di pineta all’esercito statunitense. Non era un luogo a caso: la pineta di Tombolo, infatti, per anni ospitò alcuni depositi provissori delle forze Usa, utilizzati per la guerra. Il luogo, malfamato, divenne famoso per la presenza di disertori americani, prostitute e traffici illeciti di vario genere. Inizialmente la concessione sarebbe dovuta durare 40 anni, poi estesi a 45. Nel 1996, però, si decise di prolungare l’accordo, senza fissare una scadenza vera e propria.
La base, che prende il nome dal generale William O. Darby, nella storia dell’esercitro Usa per aver fondato i Rangers (morto in guerra il 30 aprile 1945), attualmente è un importante nodo di stoccaggio di armi e munizioni per l’esercito statunitense nel Mediterraneo. Giudiricamente è a tutti gli effetti una base italiana sotto la responsabilità dell’Esercito italiano, al cui interno operano unità statunitensi. A conferma di ciò il fatto che il comandante della base è un colonnello dell’Esercito Italiano.
Ma si può davvero chiudere Camp Darby? Se pensiamo a come e perché è nato verrebbe da dire subito di no. L’Italia usciva con un armistizio, per salvare il salvabile, dopo aver, nei fatti, perso una guerra. Era più che normale doversi assoggettare ad alcune imposizioni, anche sotto il profilo militare. Nello scenario geopolitico internazionale venutosi a creare negli ultimi anni, con la cosiddetta “era Trump”, tutto è possibile. Ma è bene ricordare che la presenza militare in quella pineta tra Pisa e Livorno trae origine da precisi accordi internazionali, sottoscritti dal nostro Paese, a cui non possiamo sottrarci come e quando ci pare. Facciamo parte di un’alleanza, insieme agli Stati Uniti, e come tutti i Paesi abbiamo la necessità di difenderci. La Difesa si fa con le armi, checché ne dicano alcuni. Che un giorno la nostra Difesa possa finire sotto l’ombrello dell’Unione europea è un altro discorso. Ma attenzione: anche se gli americani dovessero andare via la base potrebbe restare in vita. Non c’è scritto da nessuna parte che dovrebbe essere chiusa. Discuterne però è lecito, ci mancherebbe.
Nel concludere vorremmo rivolgere una domanda al Movimento No Base. Se davvero un giorno Camp Darby dovese essere chiuso, cosa fareste in quello spazio?
Foto: MovimentoNoBase.it

