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Ecco cosa si raccoglie quando trattiamo il calcio come un centro commerciale e non come una cultura

- Primo piano, Sport
1 Aprile 2026

C’è un momento preciso in cui capisci che non è più sfortuna. Non è più un ciclo negativo, non è più “una generazione sbagliata”. È marcio. Strutturale. Sistemico. L’Italia fuori dai Mondiali non è un incidente: è il risultato perfetto di un movimento indegno. Un sistema che negli anni ha smesso di formare calciatori per iniziare a spremere clienti. Perché ormai i tifosi non sono più tifosi: sono portafogli ambulanti da dissanguare partita dopo partita. Biglietti a prezzi fuori mercato, stadi svuotati dalla gente vera e riempiti da turisti che vengono a farsi il selfie e a pagare 150 euro per vedere uno 0-0 con il Sassuolo.

Le società hanno fatto una scelta precisa: non vendere più “tutto-subito” in abbonamento. Tenere i biglietti. Dosarli. Creare scarsità artificiale. Così possono alzare i prezzi, così possono decidere chi entra e chi resta fuori. E chi resta fuori è sempre lo stesso: il tifoso storico, quello che ci sarebbe anche sotto la pioggia a febbraio. Risultato? Stadi pieni, ma senza anima. Sold out finti. Atmosfera morta. E soprattutto: zero pressione, zero identità, zero appartenenza.

Nel frattempo, il livello tecnico è crollato. Il primo attaccante italiano “utile” gioca nella quint’ultima del campionato. Questo è il dato. Questo è il riassunto di tutto. Non serve altro. Per anni si è preferito prendere lo straniero medio a 12 milioni piuttosto che investire su un ragazzo italiano. Perché lo straniero è subito pronto, perché lo straniero non rompe, perché lo straniero si rivende meglio. Intanto i settori giovanili diventano parcheggi e non più fabbriche. E quando poi serve qualcuno che segni, qualcuno che abbia personalità, qualcuno che sappia cosa significa quella maglia… non c’è nessuno.

Non è un problema di allenatori. Non è un problema di moduli. È un problema di visione. Il calcio italiano oggi è un’industria miope che ha deciso di monetizzare tutto e costruire niente. Ha preferito il breve periodo alla sopravvivenza. La colpa è di Bonucci oggi, del pezzotto domani e del calendario dopodomani. Ogni volta una dichiarazione scellerata di chi difende il suo “hot spot”.

E quindi sì, restiamo fuori dai Mondiali. Ma la verità è che ci siamo auto-esclusi da anni. Quando abbiamo iniziato a trattare il calcio come un centro commerciale e non come una cultura. E adesso raccogliamo quello che abbiamo seminato: niente. BUIO.

Francesco Fasulo

Foto: Figc.it

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