“Lontano dalle spiagge e dai locali della Versilia, Malbacco offre un’estate lenta, fatta di sentieri, acqua gelida e silenzio assoluto”.
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Il sentiero scende a strappi verso il fiume. Le ginocchia cedono, le braccia si aprono per cercare equilibrio. La terra è molle, trattiene l’umido della notte e lo restituisce alle suole, un passo alla volta. Ogni tanto scivolo di mezzo centimetro, poi recupero.
Gli alberi si chiudono sopra la testa, l’aria ha l’odore scuro e umido dell’ombra. Sulla schiena sento già il caldo che risale dalla valle, denso, appiccicoso. Non sono sola. Ci sono impronte fresche, un mozzicone schiacciato contro una pietra, una voce che rimbalza tra le rocce e arriva spezzata. Tutti scendono verso l’acqua. Tutti cercano sollievo dall’afa.
A Malbacco l’estate non arriva mai del tutto. Si ferma tra i castagni e le pietre chiare, tra il sole che brucia e la terra bagnata. Non esplode. Si allunga, prende tempo. Resta addosso a chi rallenta il passo, a chi si asciuga il sudore con il dorso della mano.
Oltre la scarpata, il torrente appare all’improvviso, tra due massi. L’acqua è così limpida che riesco a contare i sassi sul fondo. Da lontano sembra immobile, quasi tiepida, poi il suo rumore si fa pieno. Tra i ciottoli una lucertola guizza via. Mi siedo su una pietra piatta e appoggio i palmi sulla roccia ancora calda. Slaccio gli scarponi, li sfilo, uno, poi l’altro. Le dita cercano l’aria, si allargano come se potessero respirare. Esito. La prima immersione è uno strappo: il gelo mi attraversa all’istante, dalle caviglie fino al ventre. Le spalle si contraggono, le mani si chiudono a pugno. Una scossa netta fa correre il sangue, piega le dita, spezza il respiro.

L’acqua è viva, tagliente. Per un istante penso di ritrarmi, ma resto. Il sole scalda le spalle, le gambe restano prigioniere del freddo. Lentamente il corpo si abitua. La pelle si tende, il battito rallenta. Sento il sangue scorrere più forte. Resto finché i piedi non diventano quasi insensibili. Quando li tiro fuori, la pelle è pallida, attraversata da un tremore sottile, poi il rosso affiora rapido, pungente. Camminare sulle pietre calde fa male, ma è un dolore breve.
A monte la cascata del Pozzo della Madonna precipita tra le rocce con un rumore assordante e continuo che mi entra nelle orecchie. Riempie l’aria, copre le voci, costringe al silenzio. Qui il tempo ha un ritmo tutto suo. Lo riconosco nella corrente gonfia dopo un temporale, nell’acqua che si ritira in un luglio troppo asciutto, nelle pietre che ogni anno mi sembrano spostate di pochi centimetri. Lo vedo nei corpi che, ogni stagione, tornano a cercare lo stesso punto.
Il torrente scava, leviga, porta via. Passo le dita su un sasso liscio. Anche i pensieri, qui, si smussano se resto abbastanza a lungo. Risalgo con le scarpe in mano. I lacci sono ancora umidi tra le dita. La salita mi costringe a spingere sulle gambe, ma dentro sento una leggerezza nuova. Qualcuno ride, un tuffo rompe la superficie con uno schiocco secco.
L’estate, qui, non esplode. Si conquista. Centimetro dopo centimetro. Malbacco resta uguale e diverso ogni giorno. L’acqua scivola tra i ciottoli, lucida e fredda. Sotto la pelle, quel freddo resta.
Chiara Ercolino


