Ci sono posti che non parlano ma risuonano: le cave di Carrara. Non dicono nulla, ma se ci passi dentro in silenzio, senti qualcosa muoversi sotto la pelle dell’aria. Non è sangue, quello che scorre: è bianco. Un bianco che taglia. Un bianco che pesa.
Ci arrivai una mattina di giugno, troppo tardi per il sonno, troppo presto per il mare. La macchina si arrampicava piano, quasi percepisse anche lei che stavamo entrando in un altro tempo. Le strade non portano a qualcosa, qui. Portano dentro. Si attorcigliano, s’insinuano, si stringono come pensieri ostinati.
In alto, le montagne. Ferite vere, a cielo aperto. Come crani scoperchiati mostrano il marmo vivo: bianco, rigato, a scacchi. A ogni piano, un vuoto. A ogni vuoto, un silenzio. Salendo, c’è un momento in cui la montagna si piega, si apre. E compare il mare.
Così, senza annunciare nulla, eccolo lì: immobile, enorme, azzurro. Un confine che si rifiuta di essere confine, che si confonde col cielo. È uno di quegli stupori silenziosi che restano addosso per giorni. Ti chiedi come sia possibile che da quel bianco ruvido, scavato e polveroso, si possa vedere tutto quel blu perfetto; come se la montagna, stanca di reggere il peso del marmo, avesse bisogno di qualcosa che la facesse respirare. E il mare, lì sotto, la fa respirare.
Di giorno, quelle cave sono abbaglianti, immobili. Non c’è nessuno, se è festa. Solo l’eco lontana del rumore di martelli pneumatici, di motoseghe, di uomini che parlano poco perché il marmo non ama le parole inutili. I piani delle cave restano lì, spalancati sotto il sole, come teatri svuotati dopo la fine dello spettacolo.
Ma è di notte che le cose cambiano. Quando tornai giù, era buio. Quel tipo di buio che solo la luna rispetta. Le strade si facevano serpenti e ogni curva pareva una domanda mai risolta. Entrai in una galleria lunga, stretta, umida. La pietra mi scricchiolava sopra la testa come un pensiero che non vuole cadere. Poi, d’un tratto, la luce. Non una luce qualsiasi. Una lama.
La luna colpiva il marmo. Lo incendiava di bianco. In quell’istante vidi i loro tagli, le ferite, le scalinate assurde che si inerpicavano su per il nulla. Sembrava che qualcuno, là sopra, avesse voluto costruire un pezzo di cielo a gradoni. E c’era una bellezza, in tutto quel dolore, che ti spaccava il petto.
Pensai a Ciàula, quello di Pirandello, che scopre la luna. Ma qui la luna non si scopre, si scontra. Ti acceca. Ti grida in faccia tutta la bellezza che hai dimenticato.
Alla fine della strada, non c’era nulla. Solo un tornante cieco e un cartello arrugginito, ma io non avevo più bisogno di arrivare.
Perché, in fondo, le cave non ti portano da qualche parte. Ti scavano dentro.
Chiara Ercolino

Foto: Chiara Ercolino

