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Di Sabatino, un lungo e appassionante viaggio nel mondo del commercio pisano (e non solo)

- Primo piano
12 Febbraio 2026

Le curiosità nascono all’improvviso, come la maggior parte delle cose della vita, quando meno te l’aspetti. Un giorno freddo e piovoso di inizio febbraio mentre giravo per il centro pisano l’occhio mi cade sulla vetrina di un noto negozio del centro di Pisa, dove mi era già capitato di entrare in alcune occasioni. Subito mi scatta l’idea: perché non provare a saperne di più su come nasce e si sviluppa, fino ai nostri giorni, un’attività commerciale di lunga durata? Entro nel negozio ed espongo la mia elucubrazione al proprietario che lo gestisce insieme alla consorte, di cui ho avuto modo in passato di apprezzare la competenza, e al figlio. Lui si mostra disponibile a una breve chiacchierata. Eccola.

Come dico sempre in questi casi, si presenti, per cortesia.
“Mi chiamo Fabrizio Di Sabatino, ho sessant’anni e lavoro nel negozio di famiglia, aperto da mio padre a Pisa da quando avevo 19 anni”.

Il negozio di cosa si occupa?
“Di abbigliamento. Prima era riservato solo alle donne, poi si è rivolto anche agli uomini. Adesso è orientato solo verso gli uomini. Seguiamo, infatti, l’evoluzione dei tempi e la proposta che c’è sulla piazza. Lo si trova in Largo Ciro Menotti 5 a Pisa, nei pressi del centrale Borgo Stretto”.

Fabrizio Di Sabatino


Sembra interessante la storia familiare del negozio, ce la può narrare?
“Si parte da lontano. Mio nonno paterno, nel 1935, iniziò a girare con un carrettino vendendo tessuti attraverso tutti i paesini vicino a Teramo. Portò avanti questa attività fino al 1947, quando aprì il primo negozio di tessuti in una piazza centrale di Teramo. Lui abitava nell’attico dello stesso palazzo del negozio dove aveva comprato anche appartamenti per i figli che la mattina, prima di andare a scuola, scendevano giù ad aprire le serrande dell’esercizio commerciale. Sono tutti cresciuti e hanno studiato, operando in vari settori, ma sono rimasti attaccati al mondo dell’abbigliamento. Mia zia ha aperto un negozio di vestiti da sposa, mio zio un negozio di abbigliamento economico. Mentre l’altra zia ne ha curato un altro di abbigliamenti per bambini. Tutti a Teramo. Mio nonno e mio padre sono invece rimasti nel primogenito negozio di famiglia, che dalla vendita di tessuti si trasformò, con l’avvento di mio padre, in negozio di confezioni. Dopo varie vicissitudini familiari mio padre, nel 1974, decide di separarsi, lavorativamente parlando, da tutta la parentela e di trasferirsi con tutta la sua famiglia a Pisa”.

Come mai scelse proprio Pisa?
“Perché i genitori di mia madre, profughi istriani, erano emigrati a Pisa, e quindi i miei genitori vollero avvicinarsi all’altra parte della famiglia. Mio padre decise di prendere un fondo vicino a Salza, in Borgo Stretto, e di aprire lì il suo negozio di 300 metri su due piani, subentrando a un’altra analoga attività. Io, dopo il servizio militare, a 19 anni decisi di entrare a lavorare con mio padre. All’inizio fu difficile per un ragazzo giovane come me. Mio padre era rigoroso e così mi sono fatto le ossa andando a pulire 1000
camicie, 800 cappotti e circa 2000 vestiti, perché a quei tempi, in quel negozio, c’erano queste quantità. Si lavorava tantissimo. A Natale, fuori dal negozio c’era la fila, e facevamo entrare solo dieci persone alla volta perché, con un numero maggiore e solo 5 dipendenti su due piani, c’era il rischio di furti. Così si chiudeva a chiave la porta e i clienti attendevano il loro turno anquillamente fuori. Attorno al 2000 mio padre acquistò questo fondo in Largo Menotti, così ne avevamo due da gestire. Di questo più piccolo si occupava mia moglie mentre io rimasi con mio padre in quello grande finché lui, rimasto vedovo, andò in
pensione, per cui mollammo il negozio grande per dedicarci a questo più piccolo“.



Dove avete avuto un’evoluzione sui prodotti in vendita…
“Infatti. Come dicevo prima abbiamo iniziato vendendo prodotti solo per donna, ma siccome in città c’erano tantissimi negozi analoghi abbiamo inserito anche quelli da uomo. Questo anche perchè nel negozio grande avevamo una folta clientela maschile con poca concorrenza per cui, col tempo, abbiamo deciso di soddisfare le richieste della nostra clientela spostando il maschile qui”.

Dal suo punto di osservazione, come pensa sia cambiato il commercio pisano negli ultimi decenni?
“Dopo la guerra, dovunque, ci fu un periodo di corsa all’abbigliamento elegante per essere belli anche se non ce lo si poteva permettere. Anche l’operaio voleva il cappotto e la cravatta. Ma col tempo tutto è cambiato. Arrivando ad oggi, nell’abbigliamento siamo invasi da tutto quello che viene venduto in rete, dal discount, dal negozietto di bassa levatura, da offerte continue. Va considerato anche che siamo tutti tendenzialmente poco avvezzi ai rapporti con le persone per cui abbiamo perso la cultura del vestire. C’è da dire anche che una volta i commessi facevano una carriera, cioè venivano assunti a 18 anni e in alcuni casi, pagando nel corso degli anni, rilevavano l’attività dal proprietario di cui restava il nome, come è successo con Dal Monte. Il proprietario era contento perché vedeva che la sua attività era sempre viva. Perchè chi ha fatto nascere un’attività non ama vederne la fine, ma vorrebbe vederla andare avanti sempre meglio”.

Ritiene che ci siano precise responsabilità politiche?
“Certo. Noi attualmente abbiamo ottimi rapporti e collaboriamo molto bene con gli attuali amministratori e con l’assessorato al Commercio, che è molto recettivo e attento. Mi pare che sia più che altro una questione di mentalità che parte dal 1975-1980 e che, in tempi recenti, col Covid, ha tracimato”.



Già, come avete vissuto, voi, il periodo del Covid?
“È stato terrificante. Dal punto di vista economico disastroso, perché noi commercianti abbiamo delle tempistiche precise. Per il mio negozio, adesso, compro per il prossimo inverno, quasi un anno prima, e quello che acquisto entro il 15 febbraio mi arriverà al prossimo settembre-ottobre. Quindi, quando è arrivato il fulmine a ciel sereno della chiusura obbligata per diversi mesi gli ordini erano già stati fatti e non potevano essere annullati per cui si è passato un periodo in cui non si è venduto nulla ma in cui, però, si è dovuto pagare tutto quello che ci era stato fornito. È stato disastroso per tutti. Da un punto di vista emotivo, poi, è stato durissimo restare isolati dal mondo. Togliere la comunicazione quotidiana tra le persone, per me, è stato traumatico”.

Vi siete ripresi?
“Il primo anno dopo il Covid sembrava che tutto fosse quasi tornato alla normalità perché dopo tutto quel periodo di chiusura c’è stata la voglia da parte di tutti di riprendere i rapporti di qualsiasi tipo col mondo. I clienti sono tornati e hanno comprato anche solo per aiutarci a riprendere il cammino. Dopodichè credo che il mondo stia andando sempre peggio. Troppe distrazioni, troppe proposte, leggi che andrebbero adeguate, come quelle per i saldi”.

Già, i saldi, non riescono a darvi un po’ di sollievo?
“I saldi durano dodici giorni. Vengono subito quelli che hanno già ammirato nel periodo natalizio i capi da comprare e poi il saldo diviene un’appendice inutile. Io, ora, per esempio, vendo poco a saldo ma soprattutto e molto, abiti per le cerimonie di aprile-giugno. Quindi si può dire che si è ancora più velocizzata la fine del saldo. Di conseguenza, secondo me, anziché gli attuali due mesi di saldo ne basterebbe uno: agosto d’estate e febbraio d’inverno. Oppure potremmo addirittura abolirli perché se voglio svendere dei capi per esigenze mie posso farli in periodi dell’anno a mia scelta”.

Che tipo di clientela avete nel vostro negozio?
“Tendenzialmente tutti professionisti: avvocati, medici, ingegneri. Ma anche persone giovani che si avvicinano a noi per la festa di laurea e da lì nasce il rapporto. Potremmo definire la nostra clientela come ‘allargata’, perché molti giovani pisani sono andati a lavorare all’estero e hanno messo su famiglia mentre i genitori sono rimasti qui e vengono a far regali per loro nel nostro negozio. Abbiamo rapporti consolidati negli anni con tanti clienti per cui, quando ci cercano, ci facciamo trovare a qualsiasi orario”.

Ha dei ricordi, brutti e belli, legati a questi rapporti con i vostri clienti?
“Brutto, per non dire orripilante soprattutto per una persona socievole come me, è stato senza dubbio il periodo del Covid, come dicevo prima, anche se ho utilizzato la clausura per imparare, con i tutorial online, a cucinare. Io che non sapevo far niente in cucina ho imparato a fare il pane, la pizza, e la pasta ripiena con zucca e salsiccia e altro, che mi è tuttora richiesta da clienti a cui l’ho fatta assaggiare. Una grande soddisfazione che, però, non ripaga delle sofferenze patite”.

Ricordi belli, invece?
“Ho un bellissimo ricordo di un generale dei carabinieri in pensione, mio cliente, che sapendo della mia passione per i gatti mi regalò un sasso, dipinto a mano, col musetto di un gatto e una dedica dietro. Ci lasciò all’improvviso, proprio nei giorni in cui doveva ritirare un paio di pantaloni, e ci rimasi molto male. Una dimostrazione di affetto non rimasta unica perché la cosa più bella del mio lavoro sono proprio questi rapporti affettivi che si creano, con gli anni, con molti clienti che spesso ti portano regalini e si mostrano gentili e amichevoli”.

Quali sono i capi che vengono venduti di più nel vostro negozio?
“Maglie, pantaloni, camicie. In primavera abiti per le cerimonie e nel periodo natalizio maggiormente accessori. Tra le ditte che ci forniscono gli accessori ho da quarant’anni rapporti stretti con Missoni, unica azienda italiana di rilievo che ammiro per la disponibilità. Nel periodo del Covid, quando eravamo in difficoltà, sono gli unici che ci hanno spostato i pagamenti”.

Noi italiani siamo i numeri uno in Europa per l’abbigliamento?
“Direi di sì”.

Meglio dei francesi?
“I francesi hanno il tocco in più di eleganza personale. Noi abbiamo bisogno di avere una guida per vestirci. Anche le persone più importanti hanno chi cura il loro stile quando vogliono osare qualcosa di diverso. I transalpini mi sembrano più svegli nell’abbinamento dei colori. Noi siamo più bravi nell’estro e nella creatività”.

E gli inglesi e i tedeschi?
“Gli inglesi sono un pochino più rigidi e sono fermi ai dieci tessuti riconosciuti importanti. A parte la frangia esagerata dei giovani che sono più aperti e trasgressivi. I tedeschi si vestono con oggetti curatissimi dal punto di vista dei dettagli però non sono molto aggiornati come forme. La forma, cioè se un capo deve essere stretto o largo, la detta l’Italia, che arriva sempre prima degli altri”.

Se non sbaglio lei ricopre un ruolo dirigenziale in un’associazione per commercianti…
“Sì. Da due anni e mezzo sono presidente della Confesercenti di Pisa e del Monte Pisano. Mi occupo di tutte le attività e di tutte le problematiche inerenti alle attività da Calambrone, sulla fascia costiera, passando da San Piero e arrivando a Vecchiano, Calci, San Giuliano Terme, fino a Vicopisano”.

Chi fa parte della Confesercenti?
“I piccoli esercenti, mentre per i grossi esercizi c’è la Confcommercio. Altra importante associazione commerciale è il Cna a cui aderiscono gli artigiani. Io sono il rappresentante sindacale e quindi gestisco i rapporti con gli enti locali con cui abbiamo ottimi rapporti”.

Se dovessimo confrontare il commercio pisano con quello di una città molto vicina come Lucca, cosa ci potrebbe dire?
“Dal mio punto di vista Lucca ha un’idea precisa di come deve funzionare il commercio. Noi qui avevamo il porto, millenni fa, ed eravamo una realtà che faceva affari su tutto e dovunque nel Mediterraneo. Poi, sparito il porto è sparito tutto. Dal punto di vista turistico noi abbiamo tutto, più di Lucca, ma loro, quel che hanno se lo giocano benissimo e pare che abbiano più di noi. Sono più portati per il commercio e tutti quegli eventi internazionali che organizzano, come ‘Lucca Comics’ o ‘Lucca Summer’ col supporto delle istituzioni, portano masse di persone a calpestare il suolo cittadino con indubbi vantaggi economici per tutto il commercio”.

Riscontra altre differenze tra le due città dal suo osservatorio?
“A Lucca vivono tanti lucchesi mentre Pisa, in questi anni, si sta indirizzando molto verso il turismo ma si sta svuotando di residenti, che si trasferiscono nelle vicinanze affittando le loro abitazioni cittadine, anche per brevi periodi, a chi arriva da fuori. Di conseguenza sono nate moltissime attività per poterli sfamare. Aumentano solo studenti e turisti, che non lasciano però grandi segni nel commercio. La carenza di residenti nuoce a tipologie di negozi centrali (oreficerie, calzature e quant’altro) che contano molto su di loro. I turisti arrivano con le loro bottigliette e per loro abbiamo aperto dei piccoli supermercati centrali, ma sono pochissimi quelli che entrano nei negozi più importanti. Insomma, i lucchesi hanno mantenuto un forte tessuto sociale mentre il nostro purtroppo si è sfaldato”.

Amazon è un vostro nemico?
“Si, ma noi commercianti non possiamo combatterlo perché non abbiamo gli strumenti. È troppo grande, ha troppe agevolazioni e troppi soldi”.

Dovrebbero essere altri più importanti a fare qualcosa…
“Appunto”.

Le prospettive commerciali future, in generale, come le deve?
“Le vedo dipinte a tinte fosche ma non mi arrendo, non sono il tipo. Personalmente, con l’associazione e i colleghi ci impegniamo in tutti i modi per sollecitare interesse creando eventi che richiamino persone nei nostri esercizi. Ha avuto un grosso riscontro, per esempio, l’evento ‘Pisa Cat friendly’, che si è tenuto negli ultimi due anni, per due volte l’anno. Siamo arrivati a coinvolgere fino a 10.000 persone nei negozi cittadini nel sabato pomeriggio”.

Prossimi eventi in programma?
“In Primavera, con la parte di Tramontana del Gioco del Ponte, ne organizzeremo tre da mettere in calendario. Con il gruppo Star System, che organizza le attività di Star Wars, realizzeremo lo Star Event 2026, in centro, il 2-3 maggio. Vorremmo coinvolgere anche il mondo della Lego mettendo a punto alcuni eventi dentro i negozi in modo da far conoscere e familiarizzare l’utenza con questi ambienti. A Ottobre, invece, ne organizzeremo uno con Vespa Club, mentre a Novembre ci sarà Sapori in borgo”.

Guido Martinelli

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