Tempo fa vi avevamo parlato del cipresso, albero simbolo della Toscana, protagonista di tutte le “foto simbolo” della nostra amata regione. Il nostro Luca Bocci aveva scritto che “le chiome ordinate, geometriche ed eleganti dei cipressi che fiancheggiano le stradine di campagna fino a qualche secolo fa erano del tutto sconosciute alle nostre latitudini” (leggi qui).
Oggi uno studio internazionale dell’Università di Pisa dimostra che le attività umane incidono più del clima nel determinare i cambiamenti ambientali. La ricerca, pubblicata sulla rivista Anthropocene, ha ricostruito l’evoluzione ambientale del lago di Sibolla, una zona protetta nei pressi di Altopascio, a est di Lucca, attraverso l’analisi di sedimenti lacustri, pollini fossili, fonti storiche e ricostruzioni climatiche.
Il professor Giovanni Zanchetta del dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa spiega che il caso di Lucca “non rappresenta un’eccezione e sosteniamo che, man mano che si accumuleranno studi di caso in cui archivi storici dettagliati siano integrati con dati paleoecologici a risoluzione adeguata, emergerà con maggiore evidenza come le pressioni antropiche tendano a prevalere su quelle climatiche nel determinare il cambiamento ambientale”.
Ci sono tre momenti chiave di trasformazione, come emerge dallo studio. Il primo risale al 650 d.C., dopo la fine della “Piccola età glaciale tardoantica”. In questa fase il declino di alcune specie arboree ha coinciso con l’introduzione delle grandi proprietà terriere legate al dominio longobardo. Il secondo grande cambiamento è avvenuto intorno all’XI secolo, durante la cosiddetta anomalia climatica medievale, un periodo relativamente più caldo e stabile tra circa il 950 e il 1250 d.C. circa. In questa fase si passò dai boschi a un paesaggio dominato da arbusti, prati e coltivazioni, in parallelo alla nascita di nuove istituzioni religiose e assistenziali e alla diffusione dei diritti signorili sulla terra. Il terzo momento si colloca all’inizio del XV secolo, dopo la Peste Nera e in concomitanza con la Piccola Età Glaciale.
In molte regioni europee ci fu un processo di riforestazione, nell’area di Lucca no: aumentò invece l’attività agricola, in particolare la coltivazione della segale. “Dall’integrazione dei dati ambientali e delle fonti storiche emerge che il clima ha certamente posto vincoli e creato opportunità, ma le trasformazioni più profonde del paesaggio coincidono sempre con cambiamenti nelle strutture sociali e nei sistemi di controllo del territorio – spiega Zanchetta -. Il caso di Lucca dimostra quanto siano cruciali gli studi locali, capaci di mettere insieme archivi storici e dati naturali, per comprendere davvero le relazioni di lungo periodo tra clima, società e ambiente. Un approccio di questo tipo, applicato ad altre aree, può offrire strumenti fondamentali anche per interpretare le sfide ambientali del presente”.
È molto interessante osservare che lo studio si è basato su carote di sedimento estratte dal fondo del lago, che hanno permesso di analizzare i pollini fossili ricostruendo la composizione della vegetazione nel tempo. La datazione al radiocarbonio, invece, ha fornito una cronologia affidabile degli ultimi duemila anni. I dati raccolti sono stati messi a confronto con ricostruzioni climatiche basate su anelli di accrescimento degli alberi, stalattiti e stalagmiti, e con uno dei più ricchi archivi storici medievali d’Italia, quello lucchese, che documenta in modo puntuale l’uso del suolo, i diritti di proprietà e le attività economiche.
A questo importante studio hanno collaborato ricercatori provenienti da diverse istituzioni italiane e internazionali. Il lavoro è stato coordinato da Scott Mensing dell’Università del Nevada a Reno, insieme a Theodore Dingemans dell’Augustana College e a Edward Schoolman, anch’egli dell’Università del Nevada. Un contributo importante è arrivato dall’Università di Pisa, con Paolo Tomei, Simone Maria Collavini e Federico Cantini del Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere, e con Giovani Zanchetta e Monica Bini del Dipartimento di Scienze della Terra. Hanno partecipato inoltre Gianluca Piovesan dell’Università della Tuscia, Adam Csank dell’Università del Nevada, Annamaria Pazienza dell’Università Ca’ Foscari Venezia, Jordan Palli dell’Università della Tuscia e dell’Università di Pisa.
Fonte e foto: Unipi.it

