833 views 15 min 0 Commenti

Il Generale di Mezzogiorno Sergio Mantuano: “Il Gioco del Ponte come una partita a scacchi. Non conta solo la forza”

- Interviste, Primo piano
12 Gennaio 2026

Quarantacinque anni, pisano, sposato e padre di due figli, Sergio Mantuano è uno dei protagonisti indiscussi del Gioco del Ponte, ricoprendo l’incarico di Generale della Parte di Mezzogiorno. In questa intervista ci parla della sua esperienza in un ruolo di comando, ma anche di tanti altri aspetti, a partire da quell’amore per il Gioco frutto di un colpo di fulmine avuto mentre, da bambino, girava in bicicletta lungo le strade vicino casa, notando con gioia e ammirazione i combattenti di San Marco.

Quando è iniziata la sua attività nel Gioco del Ponte e da quando è generale?
“Ha avuto inizio nei primi anni Duemila, quando, spinto dalla passione nata nel mio quartiere osservando la squadra di San Marco, ho cominciato a partecipare al corteo storico come guardia con corazza. Da quella prima esperienza non ho mai mancato un’edizione del Gioco, ricoprendo nel tempo diversi ruoli che mi hanno permesso di vivere e comprendere questa tradizione in tutte le sue sfumature. Dal 2023 ricopro il ruolo di Generale della Parte di Mezzogiorno, incarico che rappresenta per me il punto di arrivo di un percorso costruito con continuità, dedizione e profondo rispetto per la storia del Gioco del Ponte”.

Quali impegni comporta questa attività?
“Fare il Generale è un impegno molto intenso, che accompagna la vita quotidiana durante tutto l’anno. Non si tratta solo di preparare l’evento dell’ultimo sabato di giugno, ma di seguire passo dopo passo tutto ciò che ruota attorno al Gioco del Ponte. Significa occuparsi dell’organizzazione, verificare che il corteo storico sia sempre pronto e coeso, assicurarsi che le palestre siano adeguate per gli allenamenti e che ogni componente possa lavorare nelle migliori condizioni possibili. È un ruolo che richiede presenza costante, ascolto e senso di responsabilità, oltre a un dialogo continuo con l’amministrazione comunale che gestisce il patrimonio del Gioco. È un incarico impegnativo, certo, ma sostenuto dalla passione e dal profondo legame con una tradizione che sento parte integrante della mia identità”.



Cosa si ricorda dell’ultima vittoria di Mezzogiorno?
“È stata un’emozione unica e difficilmente dimenticabile. Non solo per il risultato in sé, ma per il valore storico che ha avuto: Mezzogiorno non vinceva il Gioco del Ponte per due anni consecutivi dagli anni Novanta. Questo successo ha rappresentato la conferma del grande lavoro svolto da tutti e ha rafforzato il senso di appartenenza e di unità della Parte. Per me è stato anche un ulteriore stimolo a impegnarmi ancora di più, con la consapevolezza che dietro ogni vittoria c’è dedizione, sacrificio e una comunità che lavora insieme verso un obiettivo comune”.

Osservando da fuori il Gioco del Ponte si puó vedere solo una prova di forza, espressa con la spinta al carrello. In realtà dietro c’è altro…
“Può apparire come una semplice prova di forza, concentrata nella spinta del carrello. In realtà dietro ogni incontro c’è una componente strategica e umana molto profonda. Oltre alla preparazione fisica, è fondamentale la capacità del capitano di leggere il singolo scontro, interpretandone l’andamento momento per momento: capire quando è il caso di attendere, quando attaccare o quando contrattaccare, valutando la resistenza della propria squadra e quella degli avversari con il trascorrere del tempo. È un equilibrio sottile tra forza, intelligenza, esperienza e sangue freddo, che rende ogni incontro unico e imprevedibile”.

Per certi versi puó essere vista anche come una partita a scacchi, con delle precise strategie, mosse e contromosse…
“È una lettura assolutamente corretta. Il Gioco del Ponte, per certi versi, può essere paragonato a una partita a scacchi, fatta di strategie, mosse e contromosse. A dare avvio al Gioco è la Parte che ha vinto l’anno precedente, e da quel momento in poi manda per prima monta la squadra della parte che ha appena vinto l’incontro. Considerando che ogni decisione deve essere presa in un tempo molto limitato, appena tre minuti, diventa evidente quanto sia fondamentale conoscere a fondo tutte le squadre in campo. Ogni scelta comporta una valutazione attenta di rischi e benefici, perché mandare una squadra sul ponte non è mai un gesto casuale, ma il risultato di esperienza, intuizione e capacità di leggere il momento. È proprio questa dimensione strategica, spesso invisibile a chi osserva da fuori, a rendere il Gioco del Ponte così complesso e affascinante”.



Ha avuto modo di leggere o studiare testimonianze del passato glorioso del Gioco, cosa ne pensa?
“Assolutamente sì. Sono appassionato del Gioco del Ponte per ciò che è stato, per ciò che rappresenta oggi e per ciò che potrà diventare in futuro. Ho avuto modo di leggere e studiare testimonianze del suo passato glorioso, che raccontano una manifestazione capace di esprimere fasti e grande partecipazione, ma anche di attraversare momenti di crisi, fino allo stop imposto dal secondo dopoguerra. Con il passare degli anni e il mutare della sensibilità, non era più possibile riproporre uno scontro fisico diretto: da qui, alla ripresa dei giochi storici negli anni Quaranta, l’introduzione della cosiddetta ‘gabbia’ da spingere, pensata per evitare il contatto tra i combattenti. Dopo una nuova interruzione, si è arrivati infine al carrello così come lo conosciamo oggi”.

Qual è, oggi, lo stato di salute del Gioco del Ponte?
“I tempi cambiano, la città è cambiata profondamente, il corteo storico – tra i più grandi d’Europa – è diventato sempre più articolato e complesso, e anche la fruizione visiva del Gioco ha posto nuove sfide. Tutto questo ha reso necessario ripensare molti aspetti della manifestazione. Oggi, però, vedo il Gioco del Ponte in una fase di netta ripresa, sostenuta dalla passione, dalla consapevolezza storica e dalla volontà di far convivere tradizione e presente”.

Che futuro può avere?
“Credo che il futuro del Gioco del Ponte passi dalla capacità di custodire la sua identità senza smettere di dialogare con il presente. È una tradizione viva, che ha saputo trasformarsi più volte nel corso dei secoli proprio per continuare a esistere. Oggi vedo una rinnovata attenzione, soprattutto da parte delle nuove generazioni, e questo è un segnale importante. Il nostro compito è trasmettere non solo il gesto atletico o la spettacolarità dell’evento, ma il valore storico, umano e comunitario che il Gioco rappresenta per Pisa. Se riusciremo a mantenere questo equilibrio tra memoria e innovazione, il Gioco del Ponte potrà continuare a essere un patrimonio condiviso anche per il futuro”.

Cosa mi dice del Gioco del Mazzascudo?
“Anche il Gioco del Mazzascudo merita di essere ricordato, pur con le dovute distinzioni. Pur essendo cronologicamente precedente al Gioco del Ponte, lo considero un suo precursore soprattutto per questo aspetto temporale. Una volta conclusa la sua esperienza a Pisa, la città ha dato vita a un nuovo gioco, il Gioco del Ponte, che ne ha raccolto l’eredità soprattutto nella struttura della sfida tra due parti contrapposte. Nel Mazzascudo erano la Gazza e il Gallo, nel Gioco del Ponte le Parti di Tramontana e Mezzogiorno. Si tratta quindi di una continuità più simbolica che formale, che testimonia come Pisa abbia sempre sentito il bisogno di esprimere la propria identità attraverso il confronto rituale, adattandolo nel tempo alle esigenze e alla sensibilità delle diverse epoche”.

Sergio Mantuano con l’assessore Filippi Bedini


C’è qualche criticità nel Gioco del Ponte che, a suo modo di vedere, andrebbe corretta per il futuro?
“Come in ogni ambito, credo che anche il Gioco del Ponte sia sempre migliorabile. Detto questo, la struttura che il Gioco ha assunto dalla ripresa degli anni Ottanta è ormai ben rodata e solida. Una modifica importante, che ha contribuito molto alla valorizzazione della manifestazione, è stato il passaggio dalla domenica pomeriggio al sabato sera, che ne ha accresciuto il fascino e la partecipazione. Più che stravolgere, l’impegno per il futuro dovrebbe essere quello di affinare ciò che già esiste, lavorando sui dettagli e maturando una maggiore consapevolezza della bellezza e del valore del Gioco del Ponte. La trasformazione più significativa, a mio avviso, dovrebbe però riguardare l’intera città: l’obiettivo è che Pisa si prepari ad accogliere quella giornata come la vera festa cittadina, sentita e condivisa da tutti”.

A Siena la città vive per il Palio, è un dato di fatto. A Pisa non avviene la stessa cosa per il Gioco. Cosa di potrebbe fare, a suo avviso, per aumentare l’attaccamento da parte dei cittadini?
È innegabile che a Siena il Palio rappresenti un elemento identitario totalizzante, mentre a Pisa il rapporto tra la città e il Gioco del Ponte è più complesso. Probabilmente Pisa risente anche del progressivo decentramento delle residenze dei pisani verso le zone limitrofe al centro storico, un fenomeno che ha inciso sul senso di appartenenza quotidiano. Proprio per questo credo che il lavoro da fare sia quello di riportare il Gioco nei quartieri delle varie Magistrature, rendendone percepibile la presenza durante tutto l’anno. È fondamentale trasmettere ai cittadini, soprattutto ai più giovani, il valore e l’importanza di avere una manifestazione di questo livello, che non è solo un evento, ma un patrimonio culturale e identitario. Rafforzare questo legame territoriale può essere la chiave per aumentare l’attaccamento della città al Gioco del Ponte”.

Il corteo storico è uno dei più imponenti in Europa a livello di rievocazione storica. Si discute sull’opportunità di dargli più spazio. Ce ne puó parlare?
“Confermo che il corteo storico del Gioco del Ponte è tra i più imponenti in Europa, sia per numero di figuranti a piedi sia per quelli a cavallo. È inoltre uno dei più belli per lo sfarzo dei costumi, delle corazze e per la ricchezza iconografica che porta in scena. La sua valorizzazione, a mio avviso, passa innanzitutto dalla consapevolezza di chi indossa quei costumi: ogni figurante porta sulle spalle un frammento di storia, e questo richiede conoscenza, rispetto e senso di responsabilità. Allo stesso tempo è necessario lavorare perché la manifestazione diventi sempre più fruibile anche per chi assiste. Parliamo di un evento di grande entità, che merita spazi adeguati, maggiore comodità per il pubblico e servizi all’altezza della sua importanza. Migliorare questi aspetti significherebbe non solo valorizzare il corteo, ma permettere a un numero sempre maggiore di persone di apprezzarne pienamente la bellezza e il significato”.

La sua famiglia è coinvolta nel Gioco?
“Mia figlia Alessia, di dieci anni, partecipa da qualche anno come figurante al corteo storico, mentre Francesco, di sei anni, è uno spettatore entusiasta e un tifoso speciale del babbo, insieme alla mamma. Mia moglie, rigorosamente di Tramontana, è però diventata una convinta sostenitrice di Mezzogiorno da quando sono Generale. Desidero ringraziare la mia famiglia per il sostegno e il supporto costante, senza di essa sarebbe impossibile affrontare con serenità e dedizione l’impegno che il ruolo di Generale richiede”.

Un’ultima domanda: ricorda la sua prima volta (magari anche solo come semplice spettatore) al Gioco?
“I miei primi ricordi del Gioco del Ponte risalgono all’infanzia, quando giravo in bicicletta nel quartiere e rimanevo affascinato nel vedere la squadra di San Marco. È lì che è nata la mia passione, in modo spontaneo e naturale, prima ancora di diventare spettatore consapevole. Appena ne ho avuto la possibilità sono entrato a far parte attivamente del Gioco del Ponte, anche grazie all’amico Riccardo Merlini, che colgo l’occasione di salutare e ringraziare. Da quel momento il Gioco non mi ha più lasciato, accompagnandomi in un percorso che dura da oltre vent’anni”.

Foto: Gioco del Ponte / Sergio Mantuano

Condividi la notizia:
Articoli pubblicati: 852

Giornalista.

Lascia un commento