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José María Bea, l’artista andaluso e il legame profondo con la Toscana

- Interviste, Primo piano
8 Gennaio 2026

Qualche tempo fa L’Arno.it aveva ospitato sulle proprie pagine l’artista di fama internazionale José María Bea, incontrato durante il suo soggiorno estivo in Toscana, tra lavoro e vacanza. Un viaggio che lo aveva profondamente colpito, grazie alla bellezza e all’identità di città come Pisa, Pietrasanta, Lucca e Firenze. Questa volta, però, il percorso si è invertito: siamo stati noi a raggiungerlo nella sua terra d’origine, Motril, in Andalusia, in occasione della sua mostra personale “Solo Bea – La mia solitudine”. Un’esposizione intensa e fortemente autobiografica che ci ha permesso di conoscere più da vicino l’uomo e l’artista, approfondendo il suo linguaggio creativo, il rapporto tra arte, amore, solitudine e comunicazione, e il legame profondo con l’Italia e la Toscana. La sua carriera è un continuo dialogo tra emozione, tecnica e introspezione, e il suo sogno è vedere le sue opere esposte sempre più in Italia, soprattutto in Toscana.

“Solo Bea – Mi Soledad” (Solo Bea – La mia solitudine) è un titolo che colpisce. Cosa l’ha ispirata a sceglierlo?
“Solo Bea è un omaggio alla mia famiglia paterna, al cognome Bea, molto conosciuto a Motril, la città della costa andalusa dove vivo e lavoro. È un modo per onorare le radici di mio padre. ‘La mia solitudine’, invece, nasce dal fatto che nelle mie opere cerco di esprimere le emozioni e le sensazioni partendo dalla solitudine, dal mio studio, connettendomi con il mio io interiore per mostrare davvero ciò che porto dentro”.

Sono 20 le opere in mostra. Quali attirano maggiormente l’attenzione del pubblico?
“Colpiscono di più quelle con effetto tridimensionale, perché risultano più immediate e visivamente impattanti. Poi ci sono visitatori più sensibili, che non si fermano all’aspetto visivo, ma percepiscono ciò che l’opera trasmette emotivamente: queste persone tendono a scegliere “Il Patto” e, molto spesso, “La Promessa”, le due opere più richieste della mostra”.

Se qualcuno acquista un’opera tridimensionale, non è complicato esporla in casa, visto che servirebbero degli occhiali specifici?
“Quando qualcuno acquista un’opera tridimensionale, l’opera parla da sola, senza bisogno degli occhiali. Questi ultimi rappresentano solo un valore aggiunto, un regalo per il proprietario, ma non sono necessari per apprezzare il dipinto. L’opera va interpretata così com’è, incorniciata; gli occhiali sono un plus da mostrare solo a chi si desidera davvero coinvolgere”.

Le sue ultime opere trasmettono emozioni molto intense. Quanto c’è di autobiografico in questo percorso artistico?
“In questa esposizione il 100% delle opere è autobiografico. È il mio modo di sentire, di amare, di lottare per ciò che considero mio: c’è tutto di me in queste opere”.

Per lei cosa significa amare?
“Amare è una parola molto forte. Significa donarsi senza condizioni, dare tutto e diventare tutt’uno con l’altra persona”.

Il colore domina i suoi ultimi lavori. Come sceglie le tonalità giuste per raccontare uno stato d’animo?
“Il colore è molto simbolico nelle mie opere, perché ogni tonalità ha un significato diverso. Il rosso rappresenta il dolore, ma anche la passione e l’amore. Il nero mostra il lato negativo, ma allo stesso tempo valorizza la luce, come un negativo fotografico: spesso è necessario il buio affinché la luce risalti. A seconda di ciò che voglio esprimere, scelgo una gamma cromatica piuttosto che un’altra”.

Ha introdotto nuovi materiali e tecniche in questa esposizione. Quale innovazione ha inciso maggiormente sul suo modo di creare?
“Per la prima volta ho realizzato opere di grande formato su carta di cotone. Hanno avuto un’ottima accoglienza e per me è stata una vera sfida. Il risultato mi ha dato grande soddisfazione e mi ha permesso di dimostrare ancora una volta di saper padroneggiare tecniche diverse”.

Michele Vanossi con José María Bea


La solitudine può essere riflessione o isolamento. Come la vive personalmente e come influisce sulla sua creatività?
La solitudine è fondamentale per ritrovare me stesso e riflettere sul mio mondo interiore. Stando da solo riesco a conoscermi meglio e a comunicare meglio, perché l’ambiente esterno spesso distrae”.

Guardando al futuro, quali sfide artistiche desidera affrontare?
“Voglio continuare a imparare, perché l’arte non ha fine. Desidero comunicare, raggiungere nuovi traguardi e viaggiare per il mondo: questo è il mio obiettivo”.

Presso la sua International Art Gallery è in programma un evento importante…
“Sì, venerdì 9 gennaio alle 20:30 si terrà l’evento Arte Vivo, durante il quale diversi artisti molto noti in Spagna e nel mondo – tra cui Maria Bartolomè, Alfonso Leal, Diego Canca, Lao Serè – realizzeranno un’opera dal vivo. Naturalmente dipingerò anch’io”.

Ha un tatuaggio particolare sul braccio…
“Ho tatuato il David di Michelangelo, non solo per la figura in sé, ma per ciò che rappresenta: la massima espressione dell’arte”.

Che rapporto ha con la Toscana e perché è così importante per lei?
“L’Italia è la culla dell’arte. È sempre stata un punto di riferimento per me: i grandi geni e gli artisti più consacrati passano tutti da qui, dalla terra del Rinascimento. Per me è un onore che l’Italia mi apra le porte e mi offra queste opportunità. In futuro, mi piacerebbe moltissimo esporre in Toscana”.

Le piacerebbe esporre le sue opere in Toscana e in altre regioni italiane?
“Sì, certo. Ho già esposto a Milano e Roma e vorrei ampliare il mio percorso. Per quanto riguarda la Toscana, mi piacerebbe esporre a Firenze, Pisa, Livorno. Pietrasanta mi ha colpito molto: è una città piccola ma ricchissima d’arte, e mi piacerebbe avere l’opportunità di esporre anche lì”.

Se dovesse rappresentare la Toscana in un suo quadro, quale colore userebbe?
“Userei il colore della pietra, presente in molte sculture e negli edifici storici. La scultura classica romana e italiana mi ha profondamente impressionato. E poi gli azzurri dei tramonti, dei cieli e del mare, tonalità completamente diverse da quelle che abbiamo in Andalusia”.

Michele Vanossi

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