Il Var non corregge il calcio, lo anestetizza. Ti lascia l’urlo incastrato in gola come un osso di pesce. Esulti e poi ti blocchi a metà, perché ormai lo sai: non è gol finché non lo timbra un omino davanti a uno schermo. E mentre tu sei ancora in fase “vibrazione pura” – quel secondo in cui l’essere umano è un animale felice – arriva il calcio moderno con la sua liturgia sterile: fermo immagine, linee tirate col righello, mano sì mano no, ascella, unghia, fuorigioco in fotogramma. È un controllo qualità dell’emozione. E l’emozione, per definizione, non è controllabile.
Il punto non è “giusto o sbagliato”. Il punto è che cambia la temperatura delle cose. Ti trasforma la partita in una sequenza di eventi condizionati, in una specie di reality con la suspence forzata. L’esultanza non è più un’esplosione: è una pratica burocratica in attesa di convalida. Non ti godi più niente quando succede, te lo concedi dopo. E quando te lo concedi, è già tiepido.
Nei carruggi, in una città stupenda, maestosa e vetusta, con mille facce e mille contraddizioni. Una città che non ti si offre: te la devi prendere, camminandoci dentro. Lì il tempo è storto, umano. Ti siedi, mangi, senti i tavoli addosso, le voci vicine, l’odore di cucina vera. Non c’è la “matchday experience”: c’è la vita, punto. E tu ci arrivi con addosso quella tensione buona, quella che ti rende lucido e scemo insieme. Quella che ti fa pensare “oggi può succedere”. Poi esci da quel mondo antico e finisci dentro il calcio moderno, che è un posto dove tutto sembra reale e invece è finto: suoni sparati, grafica, sponsor, slogan, e soprattutto quella pausa innaturale che ti spezza l’istinto.
Il surreale sta lì: passare dai carruggi, che sono veri, al campo, dove l’attimo più vero (il gol) viene messo in quarantena. In mezzo ci sono due squadre che difficilmente si salveranno. Non per mancanza di dignità, ma per inadeguatezza e inesperienza.
Novanta minuti di “o così o niente”. Quella roba lì, quella fame lì, è l’unica cosa che il Var non può misurare. Non ci sono linee, non ci sono frame. Solo carne, nervi, paura. Questo manca al pisino nostro. Anche oggi la sensazione che osando forse come un kamikaze l’avresti potuta vincere.
Scusate solo un’insolenza… dove è Cuadrado? A Medellin a curarsi dicono. Perché? Mbala si fa espellere poco prima di andare prima in Coppa d’Africa… Preferisco retrocedere con Moreo, Arturo e Piccinini che salvarmi con gente a cui non frega niente. Rispettateci o aria please. Bona Ugo. Forza Pisa!
Francesco Fasulo


