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Addio a Giorgio Piccioni

- Cronaca, Primo piano
1 Gennaio 2026

Lo ricordo in sella ad una moto rossa molto vecchia, con un casco che a malapena gli stava in testa. Parcheggiò vicino alla sede del Comune di Pisa e regalò, a me e a un comune amico, un grande sorriso e alcune parole festose.

Lo avevo incontrato tante volte, in passato, alle conferenze stampa a cui partecipava come responsabile del tg di 50 Canale, l’emittente tv pisana. Si presentava in modo molto informale, apparentemente poco curato, ma quando avevi modo di conoscerlo o di scambiarci qualche parola ti rendevi conto che l’abito davvero contava zero visto lo spessore umano e le doti professionali che aveva, assolutamente non comuni.

Giorgio Piccioni se n’è andato ieri, a Pisa, all’età di 75 anni, lasciando un grande vuoto nella comunità giornalistica pisana che lo ha conosciuto e apprezzato. E profonda è la tristezza anche in chi l’ha incontrato e magari con lui si è anche scontrato per ragioni politiche. Perché, al di là delle proprie profonde convinzioni, Giorgio prima di tutto era una persona che sapeva ascoltare e amava il confronto e l’onestà intellettuale.

Nato a Venezia nel 1949, era arrivato a Pisa nel 1960, in quella che, a tutti gli effetti, era divenuta la sua città. Fu un giovane protagonista di quel Sessantotto che, nella città della Torre, ebbe la sua fucina.

Giorgio è stato tante cose, così come tante sono le cose di cui si è occupato nella sua vita. Io non l’ho conosciuto profondamente ma ne ricordo benissimo l’intelligenza e la profonda gentilezza, oltre che la simpatia. Credo di poter dire senza essere smentito che aveva una grande passione, la politica, con le battaglie condotte nella sinistra pisana a partire da quelle in Potere Operaio e Lotta Continua.

Amava tante altre cose, ovviamente, tra queste anche il calcio, di cui per un periodo aveva scritto seguendo le gesta del Pisa Sporting Club. In questa veste aveva conosciuto Mircea Lucescu, allenatore rumeno che Romeo Anconetani volle a tutti i costi ad allenare la propria squadra. Quando le cose si misero male e Romeo, come spesso gli accadeva di fare, allontanò l’allenatore, Piccioni fu uno dei pochi cronisti che lo difese a spada tratta. Di questo Lucescu si ricordò e più tardi, quando andò ad allenare il Brescia, lo volle con sé in Lombardia come capo ufficio stampa.

Dopo l’esperienza bresciana tornò a Pisa, guidando la redazione di 50 Canale e in seguito lavorò in Comune, prima come portavoce del sindaco Fontanelli e poi come capo ufficio stampa.

Nel libro “Il mio ’68”, storie raccontate dai protagonisti tra Pisa e Livorno” (Book & Company), Giorgio Piccioni raccontò la sua esperienza nel Sessantotto pisano.

"Il mio Sessantotto inizia prima. Come quello di Pisa, del resto. Abitavo in una palazzina modesta, in via Alessandro della Spina, dalle parti della stazione e sopra di me abitavano i coniugi Guelfi: Rodolfo, partigiano, primo segretario del Pci a Pisa dopo la guerra, accantonato in fretta da una politica che
cambiava pelle, e Carla, staffetta partigiana. Con due figli più grandi di me. Sono stati i primi comunisti che ho conosciuto. Erano persone perbene e la domenica diffondevano l’Unità. Erano per i russi, contro gli americani. Si era all’inizio degli anni ’60, del Vietnam si parlava ancora poco, gli studenti erano prevalentemente di destra, scioperavano per Trieste italiana e non parlavano con le commesse dei negozi.
Facevano eccezione gli iscritti alla Federazione Giovanile Comunista, che però erano grande minoranza. A parte loro, c’era un gruppo, tutti più grandi di me, che si ritrovava al bar Cipriani. Il bar era in quella che oggi si chiama via della Sapienza e all’epoca, quando tutto aveva ancora un sapore risorgimentale, incluso la toponomastica, via Curtatone e Montanara. Il nome gli veniva dall’omaggio al drappello di giovani pisani che, per l’unificazione del Paese, in quella storica battaglia erano andati a morire. Quel bar rappresentava, per me, il luogo dove conoscere vecchie storie. Oggi penso che quelle mie visite da minorenne al Cipriani fossero il termometro più esatto sul fatto che le cose stavano per cambiare.

Almeno un anno prima del ’68 a Pisa nasce Potere Operaio. Apre la sede in via Carlo Cattaneo 118 e impersonifica l’altra sinistra, opposta a quella del PCI. Vi aderiscono alcuni professori, studenti e alcuni operai, ricordo quelli di Massa del Nuovo Pignone, dell’Olivetti, della Dalmine… Io, sedici anni, andai in quella sede e chiesi di iscrivermi. Mi fu risposto da Luciano della Mea, unico presente quel giorno, che non facevano iscrizioni. Ma per quella fase della mia vita il dado era tratto. Avevo scelto da che parte stare. Le fabbriche pisane erano in fermento: dalla Saint Gobain, alla Marzotto, alla Fiat di Marina. A questo punto, un po’ ovunque, si parlava molto del Vietnam e della Costituzione. Pensavo, io con i miei amici, che le lotte operaie in quel periodo fossero un crescendo che avrebbero portato alla rivoluzione. Non era così, quelle lotte erano lotte difensive, per l’occupazione, e cioè era l’inizio della fine di un’epoca.
Io non l’avevo capito. Sono cresciuto, politicamente, davanti alle fabbriche piuttosto che a scuola con la sensazione che imparavo molto di più fuori che non sui banchi, là dentro...".

Ciao Giorgio, ci mancherai!

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Giornalista.

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