Non ci possiamo che rallegrare della notizia che il giudice del lavoro del tribunale di Siena ha reintegrato un cassiere della catena di supermercati Pam licenziato per non aver superato il famigerato “test del carrello” (ne avevamo parlato qui). Un ispettore in incognito mandato dall’azienda aveva abilmente occultato della merce tra gli oggetti acquistati per poi dimostrare che il cassiere non fosse ligio al proprio dovere, dato che non si era accorto di nulla e, tirando in ballo il supposto venir meno del rapporto di fiducia tra lavoratore e azienda, lo aveva licenziato. Motivazione evidentemente pretestuosa, visto che il giudice ne ha stabilito il reintegro.
Ci chiedevamo e ci chiediamo cosa mai avrebbe dovuto fare il cassiere in questione per superare a pieni voti il test del carrello: perquisire e magari persino far spogliare ogni cliente, senza peraltro avere alcun potere per farlo? Travestirsi da Superman e, oltre a preparare il conto ai clienti e ricevere i loro pagamenti, svolgere anche il ruolo di addetto alla sicurezza e magari anche quello di aiuto parcheggiatore, manutentore e altri incarichi ritenuti utili all’azienda?
Il signor Fabio Giomi, questo è il nome del cassiere, è stato forte nel non piegarsi davanti all’ingiustizia subita e a combattere per difendere il proprio posto di lavoro. Non sappiamo cosa gli faranno fare da qui in avanti, può essere che gli affidino un’altra mansione. Ma la sostanza non cambia: quel licenziamento era ingiusto e, grazie alla legge, il sopruso è stato evitato.
In un’intervista al Corriere fiorentino Giomi racconta di aver vissuto mesi di ansia, con una profonda tensione. Non è difficile comprenderlo, mettiamoci nei suoi panni. Ci chiediamo chi pagherà per il dolore arrecato a questo lavoratore che, giustamente, non ha accettato di piegare la testa di fronte a un evidente sopruso.
Lascia sgomenti la proposta fatta dall’azienda in sede di mediazione di ritirare il licenziamento applicando una sospensione disciplinare al cassiere. Al rifiuto opposto dal lavoratore l’azienda ha replicato accusando le organizzazioni sindacali di aver voluto sabotare l’accordo. Evidentemente per qualcuno la dignità delle persone e dei lavoratori non esiste. Vuoi tenerti il lavoro? Allora abbassa la testa e accetta una punizione ingiusta. Invece il lavoratore, l’uomo, ha detto no, non ci sto.
Perché, volendo dare spazio alla fantasia e alle proposte più strampalate, non proporre al cassiere “inadempiente” delle robuste frustate oppure di inginocchiarsi sui ceci in sala mensa, come in un celebre film di Fantozzi?
Il nodo centrale era ed è la legittimità del test interno, il famigerato test del carrello. Che, per carità, può anche essere fatto, ma evidentemente va abbinato ad altre misure per implementare la sicurezza interna, non certo l’ingiusta punizione dei cassieri.
Un’ultima cosa triste ci preme evidenziare in questa storia. Stando alle parole di Giomi nel difficile periodo che ha dovuto sopportare soltanto una collega gli ha mostrato solidarietà. Gli altri tutti spariti. Lo avranno fatto per paura, quasi sicuramente, ma è possibile che non comprendano la gravità della loro indifferenza? Non ci resta che sperare che si ravvedano, prima o poi.
Giomi auspica che i riflettori su di lui presto si spengano e di poter tornare alla sua vita normale. Glielo auguriamo anche noi, di tutto cuore.

