Il volontariato è un atto rivoluzionario perché sfugge alla logica del prezzo, In un mondo che tagga tutto, che misura anche il respiro, il volontariato si muove in una dimensione nobilissima e per questo motivo non monetizzabile. È il bug del sistema: fai una cosa utile, la fai gratis, e la fai per scelta, non per personale tornaconto. La verità semplice è che non tutto si compra.
Si possono comprare visibilità, servizi, follower, persino l’entusiasmo finto. Ma non puoi comprare chi decide di sporcarsi le mani il sabato mattina, di portare buste, di fare spese, di cucinare pranzi, di guidare pulmini di ascoltare storie che non finiscono in un pagamento pos ma soltanto e forse in un sorriso spesso sdentato di chi hai di fronte.
Non puoi comprare il tempo che non pretende ritorni, l’attenzione che non cerca upgrade, la presenza che rimane anche quando non c’è un incasso all’orizzonte. E il paradosso è che proprio ciò che non ha costo ha un valore enorme: tiene in piedi comunità, riattiva economia umana, genera capitale sociale che nessun fondo d’investimento può mettere a bilancio.
Il volontariato non è il contrario del mercato: è il complemento. Non c’è nobiltà nel “gratis” se è obbligato. La grandezza del volontariato sta nella libertà: potresti farti i fatti tuoi, ma non lo fai. È una decisione antipigrizia, anticinismo, antifatalismo, antimodernismo. È il rifiuto pratico dell’idea che l’unico linguaggio possibile sia quello dell’acquisto. È dire: “Io ci sto. Anche senza like, anche senza badge, anche senza carrello”.
Io sono uomo e sono umanità. Alla fine, il volontariato è questo: la dimostrazione vivente che l’impatto non è fatturato. Che il futuro non si finanzia solo con il capitale, ma anche con il dare, che resta l’unica valuta che, più la spendi, più circola.
Francesco Fasulo
Articolo tratto da retail&food, novembre-dicembre 2025
Foto: Caritas

