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Mi ritorni in mente… cara, vecchia Pisa

- Cultura
29 Ottobre 2025

“Se piove di quel che tona”, come si dice in Toscana, le frange estreme delle troppe manifestazioni pro-quello o pro questo, avranno ben poco da devastare per sfogare buona parte di quella che appare come sessualità repressa. Non perché ormai abbiano distrutto tutto, ma solo perché nel corso degli ultimi decenni i centri storici, preferito terreno di scontro dei sopracitati repressi, hanno tristemente cambiato volto. Un fenomeno, o meglio una patologia urbanistica, che riguarda non poco anche la nostra città di Pisa, che nel volgere di un batter d’occhio ha visto chiudere le piccole attività commerciali che per quasi un secolo avevano alimentato il buon vivere quotidiano dei residenti, soprattutto quelli del centro storico, i cui “superstiti” sono stati costretti a una sorta di esodo biblico.

Com’era bella e vitale la Pisa fino agli anni ’80 o poco più. L’invasione della grande distribuzione era agli esordi. Se volevi un buon elettrodomestico andavi alla “Lanteriana”, dove ancora si poteva pagare con le cambiali, così come alla mitica “Stalla del Cipolli”. Scendevi di casa e trovavi il macellaio, il panaio, il barrino. Pizzerie storiche come quella del Chimenti, dove si potevano gustare pizza e cecina e stagionalmente un castagnaccio degno della Guida Michelin. Non era certo il tempo delle diete, soprattutto per quei pisani che avevano sofferto la fame della guerra. E non poteva mancare un passaggio, magari in piazza della Berlina, dal mitico bombolonaio. Giravi l’angolo e ti trovavi in Lungarno Mediceo dove ti aspettavano le “paste” del Pallini e poco più avanti gli aperitivi del Volpi, un tempo Bar Pietromani, luogo di ritrovo dei tifosi neroazzurri e dove il sabato si doveva far la fila per giocare la “schedina”.

Da piazza Garibaldi a Borgo Stretto, dove oltrepassato il fioraio Colombini e la pasticceria Bagnani, ti accoglieva la bella vetrina di “Panizza”, ovvero cappelli d’autore, e poi proseguendo nei due lati del Borgo, ecco la profumeria Valloni, il bar Settimelli con annessa torrefazione, la raffinata ospitalità di Salza e due passi ancora più avanti la libreria Goliardica. Tutto scomparso. Così come altri esercizi commerciali in Corso Italia, dove esisteva anche un ristorante con giardino, e un altro in Piazza del Carmine, e udite-udite anche il primo ed unico negozio cinese: “Thonsen” (spero di averlo scritto bene) dove si compravano borse e altre pelletterie a prezzi modici.

Ci vorrebbe una settimana per elencare tutte quelle attività che rendevano la città a dimensione umana. Scambiare due parole con gestori e clienti era il fulcro di una socializzazione che adesso è scomparsa per lasciare il posto a tanti negozi, tutti uguali da Nord al Sud Italia, o rivendite di pseudo souvenir e chissà cos’altro, molti dei quali riforniti dalla grande distribuzione cinese, che ha fatto base in quella che un tempo era la signorile Via Vespucci.

Che dire poi, del continuo apri e chiudi di bar e pub nati per soddisfare la popolazione universitaria in quelle zone che sono poi diventate, tristemente, delle piazze di spaccio. A noi, poveri pisani d’annata, non resta che fare nostro il titolo di un film del grande Massimo Troisi: “Non ci resta che piangere!”

Doady Giugliano

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