Non c’era un sondaggio che desse delle possibilità concrete ad Alessandro Tomasi di insidiare Eugenio Giani. La corsa del candidato del centrodestra, quindi, non era in salita, di più. Ecco perché la conferma del presidente della Regione Toscana non stupisce per nulla. Giani ha vinto con il 53,92%, contro il 40,90% di Tomasi. Al terzo posto, con il 5,18% Antonella Bundu (Toscana Rossa).
Nulla di nuovo sotto il sole, la Toscana resta a sinistra. Molti hanno evidenziato il dato particolarmente basso dell’affluenza: è andato a votare il 47,73% degli aventi diritto. Alle ultime Regionali, nel 2020, vi andò il 62,6%. Un calo molto alto, non c’è che dire. Però, se guardiamo bene i dati, nel 2015 non andò molto diversamente: votò il 48,28% degli aventi diritto, praticamente quasi lo stesso risultato di questa tornata elettorale.
In Toscana il “Campo largo” ha funzionato. La coalizione Centrosinistra-M5S, infatti, sia pure senza particolari exploit ha portato a casa il risultato, con questi voti: il Pd ha tirato la volata con 34,43%, al secondo posto la lista di Giani (Casa Riformista), che ha ottenuto un ottimo 8,86%, poi Alleanza Verdi e Sinistra al terzo posto con il 7,01% e, in fondo, il Movimento 5 Stelle che ha portato in dote il 4,34%. In totale Giani si è imposto con 752.484 voti.
Veniamo ora al centrodestra. A guidare la coalizione Fratelli d’Italia, il partito del candidato presidente, che ha ottenuto il 26,78%. Dietro troviamo Forza-Italia-Udc–Tomasi presidente, al 6,17%. Al terzo posto la Lega, con il 4,38%. Poi È ora! Lista civica Tomasi presidente, al 2,37%, e per chiudere Noi moderati, fermi all’1,15%. In tutto Tomasi ha preso 570.741 voti.
In una regione che torna a colorarsi di rosso, restano azzurre sono le province di Grosseto, Pistoia (dove Tomasi giocava in casa, essendo sindaco del capoluogo) e Massa-Carrara.
Il centrodestra resta inchiodato intorno al 40-41%. È il massimo che è riuscito a ottenere negli ultimi 30 anni, da quando il presidente viene “scelto” direttamente dai cittadini. Tomasi è quello che ha fatto meglio, sino ad ora, battendo (ma di poco) la leghista Susanna Ceccardi, che nel 2020 si fermò al 40,46%, e Altero Matteoli (di Alleanza Nazionale), che nel 2000 ottenne il 40,05%.
Non hanno saputo fare di meglio il primo sindaco di centrodestra di tutta la Toscana, Alessandro Antichi, che nel 2005 si fermò al 32,84%, né Monica Faenzi (già sindaca di Castiglione della Pescaia), che con il centrodestra unito nel Pdl nel 2010 si fermò al 34,44%. E nemmeno un intellettuale prestato alla politica (oggi giornalista), Paolo Del Debbio, che come primo candidato del centrodestra in Toscana, nel 1995, si fermò al 36,05%. Il risultato per certi versi più tragico fu nel 2015, quando il centrodestra non seppe neanche presentarsi unito, racimolando un misero 20,02% (Lega+Fratelli d’Italia) con Claudio Borghi e il 9,10% con Stefano Mugnai (Forza Italia/ Più Toscana).
Per 15 anni vincere in Toscana ha sempre richiesto qualcosa di più di un milione di voti. Nel 1995 a Vannino Chiti ne servirono 1.188.995 (50,12%), nel 2000 a Claudio Martini ne furono necessari 1.029.142 (49,30%). Cinque anni dopo, nel 2005, sempre Martini allargò i propri consensi portandosi a 1.185.374 voti raccolti (57,37%). Nel 2010 Enrico Rossi vinse con una percentuale più alta, il 59,73%, ma meno voti assoluti, pari a 1.055.751. Cambia tutto nel 2015, con Rossi che si prende il secondo mandato con il 48,02%, pari a 656.920 voti, ben al di sotto del famoso milione di cui parlavamo sopra. Nel 2020, invece, Eugenio Giani conquistò 864.310 voti, pari al 48,62%. Anche stavolta sotto il milione. Quest’anno, nel 2025, Giani viene confermato al secondo mandato con poco più di 750mila voti (53,92%). Questa flessione del numero di voti necessari per conquistare la Regione è dovuta, ovviamente, al forte calo della partecipazione al voto: basti pensare che dall’85% di affluenza del 1995 (pari a 2.582.763 votanti) siamo passati, oggi, al 47,73% degli aventi diritto. Se vota un elettore su due è evidente che, pur non cambiando nulla per il risultato finale (vince sempre chi prende più voti) e i rapporti di forza dei partiti, il “peso” della democrazia è diverso.
Perché Tomasi non ce l’ha fatta? Domanda da un milione di dollari (o di euro). Azzardiamo alcune ipotesi. Era poco conosciuto? Può essere, i partiti del centrodestra non lo hanno certo aiutato, sciogliendo le riserve a suo favore (nell’ufficializzazione della candidatura) molto tardi. Ma c’è da dire, però, che si era mosso autonomamente molto bene, girando in lungo e in largo la Toscana con anticipo. Insomma, non ha aspettato il via libera dei partiti. Candidatura poco energica? Forse sì, sicuramente sì rispetto a Susanna Ceccardi, che però non si schiodò dal quel famoso 40%. Di certo Tomasi aveva alle spalle due mandati da sindaco e, proprio per questo, molte carte da giocarsi nella dialettica dell’uomo del fare. Forse non arrivava da una città “importante”, se così si può definire Pistoia? Ma Enrico Rossi non era di una città ancora più piccola come Pontedera? Sì, è così, ma aveva fatto (Rossi) due volte l’assessore alla Sanità, poltrona nevralgica nella politica regionale. Motivazione ideologica (se ancora le ideologie contano qualcosa): era troppo schierato a destra. In realtà, tra i tanti nomi che erano circolati, appariva come una figura tutto sommato “moderata” e non ha esitato, lui stesso, nel prendere le distanze da Vannacci su alcuni temi controversi. Per dire, tutto questo estremismo di destra non lo vediamo.
Resta, dunque, l’ultima motivazione. Troppo difficile scalfire il blocco di potere presente in Toscana, una macchina da guerra ben organizzata che si muove con una notevole potenza di fuoco. Anche se più ridotta, rispetto agli “anni d’oro”, ma pur sempre in grado di mobilitare gli elettori. E, in ultima analisi, forse Giani è piaciuto (stato simpatico) ai toscani, che nonostante alcuni problemi evidenti che ha la Regione hanno deciso di confermargli la fiducia.

